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Viola Valentino continua a emozionare con le sue canzoni ed è sempre disponibile ad aiutare gli altri

Categoria: articoli Creato: Venerdì, 09 Ottobre 2020 Pubblicato: Venerdì, 09 Ottobre 2020

 

Viola Valentino continua a emozionare con le sue canzoni  ed è sempre disponibile ad aiutare gli altri

 

«La mia musica è un inno alla vita e all’amore»

 

 

«Non ci chiameremo artisti se non avessimo nel nostro intimo una voglia di condividere con gli altri le nostre emozioni. Per questo siamo sempre pronti a dare una mano a chi è in difficoltà. Canto l’amore, ma canto anche i problemi di tutti i giorni. Non riesco a non essere sensibile, vengo da una famiglia di artisti: mio padre era un pittore, avevamo contatti con tanti artisti». Viola Valentino icona pop degli anni 80, grazie a successi come Comprami”, “Sei una bomba”, “Sola” eRomantici”, oggi è un’artista matura che continua ad avere numerosissimi fan.

 

Il 20 marzo scorso ha pubblicato E sarà per sempre”, il suo dodicesimo album che hai descritto come un inno alla vita e all’amore.

L’inno alla vita di cui parlo si ispira a una poesia di Madre Teresa di Calcutta che amo molto e che sembra adattarsi perfettamente al periodo che stiamo vivendo, ma in realtà è una coincidenza, perché il disco è nato prima di questa terribile situazione. Questo inno alla vita l’ho voluto condividere anche per il rispetto che questa grande donna merita.

 

La canzone è uscita, come diceva, in piena emergenza Covid: come ha vissuto quella fase e come sta vivendo adesso?

Le reazioni sono individuali. Dipende dal carattere delle persone e dalle situazioni che ognuno vive sia affettivamente che economicamente e socialmente. Va sicuramente condannata l’incoscienza di alcuni che con i loro comportamenti mettono a rischio i sacrifici di tutti gli altri. Personalmente l’ho vissuta male perché da dicembre a giugno non sono salita su un palco, poi ho fatto qualche spettacolo, ma siamo ancora in grossa difficoltà. Non vivo questa situazione in modo pessimistico, ma questo periodo mi ha fatto male.

 

E ora che cosa succederà?

Questo è il vero disastro. Se è complicato per le persone che hanno una condizione economica più o meno stabile, non oso immaginare come possa essere per chi ha difficoltà serie e non ha prospettive di lavoro. Nel mio settore, per esempio, oltre a noi artisti sono fermi tutti quelli che lavoravano con noi: una situazione davvero complicata.

 

Pensa che il Covid possa influire sulla generosità delle persone?

No. Chi è egoista rimane egoista, anzi in alcuni casi peggiora. Chi, invece, si è sempre preoccupato di dare una mano a chi ha bisogno continuerà a farlo.

 

Lei è solidale?

Ho sempre dato la mia disponibilità per iniziative benefiche. Le ultime due cose le ho fatte per il “Bambino Gesù” di Roma.

 

C’è stata qualcuna di queste esperienze che l’hanno particolarmente colpita?

Il mio approccio e lo spirito con il quale partecipo è sempre lo stesso: aiutare il prossimo. Siano essi bambini, anziani, poveri. Da queste esperienze ne ho in cambio emozioni ed energia positiva. MI colpiscono anche i cani abbandonati, non riesco a non portarmeli a casa. Ho fatto anche un brano “Il suono dell’abbandono” nel quale parlavo con il pensiero di un cane.

 

Dalle sue canzoni emerge un forte impegno civile: su tutti “Domani è un altro giorno”. Ha aderito a progetti contro la violenza sulle donne e anche a una campagna contro la violenza a sfondo omofobico.

Sì, purtroppo o per fortuna. C’è sempre qualcuno che giudica e qualche maligno che vorrebbe far passare l’idea che lo si fa per catturare una cerchia di fan diversi. Ho sempre avuto un occhio di riguardo per le persone più fragili, forse perché, essendo anche io non molto forte, capisco e comprendo quello che mi raccontano. Queste canzoni sono tutte ispirate a storie vere. Ho cantato la violenza contro l’omofobia pensando alla storia di un ragazzino di 14 anni che una sera, dopo un concerto, mi parlava dei problemi che aveva in famiglia e della paura a confessare la sua omosessualità. Purtroppo dopo qualche mese non ha retto e si è impiccato. Io cerco di interpretare a modo mio tutte le forme di violenza che quotidianamente la cronaca e le esperienze di ognuno di noi ci portano a conoscere.

 

Tutto questo è lontano anni luce da quell’etichetta che si è portata addosso con il grande successo di “Comprami”.

Si cresce. “Comprami” è diventata ed è una sorta di inno nazionale, cantato da persone dai 6 ai 60 anni senza problemi. E non nascondo che un po’ mi fa piacere. All’inizio “Comprami” ha incuriosito molto il pubblico e mi ha fatto conoscere. Poi con il passare degli anni si è capito che la direzione della mia carriera artistica era un’altra. Il mio pubblico apprezza tutte le mie canzoni. Nell’ultimo album c’è un brano che si chiama “Lungometraggio”, dove racconto la vita dal mio punto di vista ed è un mio inno.

 

Una carriera caratterizzata dalla collaborazione con tanti bravissimi autori che le hanno dato la possibilità di esprimersi al meglio: Gianni Bella, Maurizio Fabrizio, Bruno Lauzi, Mario Lavezzi, Mogol, Cristiano Malgioglio e tanti altri. Con quale è stato più in sintonia?

Gianni Bella è una persona allegra, solare che riesce a trovare sempre il lato positivo in ogni situazione. Con lui c’è stato molto feeling, una persona da vivere in toto. Abbiamo fatto un gran bell’album insieme (“Esisto”), che ancora oggi è molto attuale.

Si è avvicinata anche alla musica dei più giovani, tra la quale quella rapper.

Mi piace sperimentare. Se volessi realizzare un album di duetti con tutti loro non avrei alcun problema: ho cantato con molti che fanno rock, rap, soul.

La solidarietà secondo Maurizio Villari, presidente della associazione a Locri

Categoria: articoli Creato: Martedì, 06 Ottobre 2020 Pubblicato: Martedì, 06 Ottobre 2020

La solidarietà secondo Maurizio Villari, presidente della associazione  UNITALSI a Locri

 

Maurizio Villari «Chi prende il treno dell’UNITALSI non scende più»

Per la prima volta dopo undici anni, a causa dell’emergenza sanitaria, è saltato il tradizionale campo estivo per i diversamente abili che si teneva a fine luglio all’oratorio parrocchiale, organizzato dalla sottosezione di Locri dell’Unitalsi. Maurizio Villari, presidente dell’Unitalsi, lo ha comunicato con grande rammarico: «Quest’ anno non ci saranno le magliette rosse in giro per il paese, ci mancherà l’organizzazione e le varie attività, le mattinate al mare con i tuffi, i gavettoni e gli interminabili bagni. Ci mancheranno la messa conclusiva, la visita del nostro vescovo Oliva, ma soprattutto ci mancheranno gli amici e gli sguardi ricchi d’amore, che solo loro sanno donare. Quanto accaduto ha bloccato le nostre attività, ma non il nostro entusiasmo: siamo già pronti a ripartire con nuove esperienze, appena sarà possibile».

Lo spirito di Maurizio Villari, nonostante questo blocco forzato delle attività, è ancora più rafforzato. Per lui solidarietà significa «aiutare gli altri nei momenti di difficoltà, senza aspettarsi nulla in cambio. Dare la propria disponibilità, non solo se si ha del tempo, ma sempre e comunque». Un dare agli altri sempre «non solo nei momenti liberi – ci tiene a precisare -, ma anche le ore che potrebbero togliere tempo alla nostra vita quotidiana».

L’impegno di Maurizio Villari parte da lontano: «Ho iniziato all’età di 14 anni – ricorda -, la scintilla è scoccata durante il mio primo viaggio a Lourdes, con il treno bianco dell’Unitalsi invitato da un mio carissimo amico, da quel momento non ho più lasciato l’associazione. Dopo i primi anni passati da socio semplice ho sempre fatto parte attiva dell’associazione con vari incarichi all’interno del consiglio, fino ad essere presidente della sottosezione di Locri dal novembre 2010 fino ad oggi». Un rapporto che si è consolidato in tutti questi anni e che per Maurizio Villari significano esperienze, persone e situazioni difficili da dimenticare e che quest’anno, purtroppo, non si è concretizzato. «In più di 30 anni di vita associativa – continua il presidente dell’Unitalsi di Locri - le esperienze sono state tante anche in diversi momenti della vita personale. Ogni viaggio a Lourdes come barelliere dell’associazione e ogni attività che si va a svolgere ha il suo momento particolare. La gioia più bella e incontrare gli amici in difficoltà, poter fare quello che per noi normodotati è normale, come andare su una giostra, fare un giro in barca o poter salire sull’autoscala dei vigili del fuoco. Alla fine della loro breve esperienza alle volte non finiscono di ringraziarti altre volte ti abbracciano in un silenzio carico di sentimenti».

Gli oltre trent’anni passati con l’Unitalsi sono stati per Maurizio Villari un’esperienza che «mi ha arricchito come persona, ma soprattutto mi ha insegnato a guardare alla vita in maniera positiva. In tanti anni di volontariato non ho mai visto o sentito un amico in difficoltà lamentarsi e questo deve far riflettere tutti. Vi invito quindi a salire su quel treno, almeno una volta nella vita, con la certezza che nessuno “torna a casa uguale a prima di partire”. Non bisogna avere paura di donarsi agli altri, perché quando noi ci doniamo all’altro è un ricevere, in modo particolare verso chi è stato meno fortunato di noi».

 

GIOVANNI ARANCIOFEBO: ORGOGLIOSO DI FARE PARTE DELLA SCUDERIA ASD AIDA

Categoria: articoli Creato: Martedì, 15 Settembre 2020 Pubblicato: Martedì, 15 Settembre 2020

Ancora novità in casa Aida onlus. Da oggi entra a tutti gli effetti nel circuito del motociclismo su pista. L'amico Giovanni Aranciofebo cambia scuderia e approda all' ASD AIDA. Atleta paralimpico amputato al braccio destro e campione di motociclismo su pista, a breve con i colori della ASD Aida scenderà nei circuiti nelle gare ufficiali. Orgoglioso di far parte di questa famiglia dichiara Giovanni Aranciofebo alla quale sono legato da qualche anno. Siciliano della provincia di Messina, ha già preso parte a diverse iniziative benefiche negli ultimi anni con la onlus di Laureana di Borrello. È sceso in campo con la nazionale Aida Onlus e con la nazionale vip sport nella sua Sicilia per beneficenza. L' aida Onlus è felice e onorata della scelta fatta da Giovanni, commenta il presidente Reno Insardà che utilizzando i nostri colori in tutte le piste d'Italia farà capire l'importanza del motto della nostra associazione che recita "diversamente abili non significa rinunciare alla vita". Aranciofebo è l’unico in Sicilia a gareggiare assieme ai piloti normodotati. Dopo l'incidente del 31 agosto di dieci anni fa, che lo ha coinvolto a causa del quale ha perso il braccio destro si è subito rialzato e si è rimesso in “pista” con evidenti risultati di reinserimento nella quotidianità ed integrazione sociale, impegnandosi in prima persona: Un esempio da imitare.

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INCREMENTO DELLE PENSIONI INPS CIRCOLARE 107

Categoria: articoli Creato: Mercoledì, 30 Settembre 2020 Pubblicato: Mercoledì, 30 Settembre 2020

Incremento delle pensioni: circolare applicativa di INPS

Dopo le analisi del caso INPS ha oggi emanato la circolare (n. 107) applicativa su quanto disposto dalla Sentenza della Corte Costituzionale 152/2020 e dal decreto legge “agosto” (decreto-legge 14 agosto 2020, n. 104, articolo 15) che prevedono una maggiorazione economica fino a 651,51 euro per tredici mensilità ai titolari di pensione di inabilità (invalidi civili totali, ciechi civili assoluti e sordi) o di pensione di inabilità di cui alla legge n. 222/1984, già prima del compimento del sessantesimo anno di età e dopo i diciotto anni, sempre che siano rispettati precisi limiti reddituali.

Come ottengo la maggiorazione?

L’aspetto più rilevante riguarda l’accesso all’aumento.

Per gli invalidi civili totali, ciechi civili assoluti e sordi che ne abbiano diritto l’aumento viene riconosciuto d’ufficio da INPS sulla base, evidentemente, della documentazione disponibile. Non devono presentare alcuna domanda.

I titolari di pensione di inabilità (previdenziale) di cui alla legge n. 222/1984 devono invece presentare domanda.

Detto questo veniamo alla circolare INPS n. 107/2020. I contenuti sono quelli già dettagliatamente previsti da questo sito, con tutti gli aspetti di novità e di criticità che sono già stati illustrati ed espressi.

L’intervento applicativo era sostanzialmente già segnato poiché la Sentenza 152 e il Legislatore hanno di fatto esteso benefici già previsti per gli invalidi (ciechi, sordi, pensionati “previdenziali”) con più di 60 anni, ma meno di 65. E tali aspetti sono già rodati sotto il profilo amministrativo.
Va apprezzata la discontinuità che invece riguarda l'erogazione dell’incremento, su cui INPS prevede, almeno per le provvidenze assistenziali, la concessione d’ufficio anche in assenza di domanda.

Chi ha diritto e chi no?

Non ci resta quindi che richiamare quanto già anticipato confermando e precisando alcuni dettagli.

  • hanno diritto all’incremento previsto dall’articolo 38, comma 4, della legge 448/2001 anche invalidi civili totali o sordi o ciechi civili assoluti titolari di pensione o che siano titolari di pensione di inabilità previdenziale (legge 222/1984) dai 18 ai 60 anni;

  • l’incremento consente di arrivare ad una erogazione complessiva pari a euro 651,51, per tredici mensilità.

  • l’incremento massimo per invalidi civili totali e sordi è pari a 364,70 euro mensili;

  • l’incremento massimo per i ciechi assoluti è pari a 341,34 euro mensili;

  • il limite di reddito personale di riferimento per il pensionato solo è euro 8.469,63;

  • il limite di reddito coniugale di riferimento per il pensionato sposato è euro 14.447,42

Gli incrementi indicati sono "al massimo": significa che diventano più bassi man mano che il reddito aumenta fino ad azzerarsi quando si superano i limiti reddituali. Può quindi accadere che anche un introito molto basso incida negativamente sull'ammontare dell'incremento.

Rimangono esclusi dall’incremento:

  • gli invalidi civili parziali;

  • gli invalidi civili totali, i ciechi totali, i sordi che non percepiscono la pensione; perché superano i limiti reddituali fissati per la sua erogazione;

  • i minori invalidi, ciechi o sordi che siano.

Quali redditi si contano?

Ai fini del calcolo dei redditi non sono conteggiati il reddito della casa di abitazione, le pensioni di guerra, le indennità di accompagnamento, l’indennizzo, ai soggetti danneggiati da vaccinazione o trasfusione (legge 210).

Sono conteggiati tutti i redditi da lavoro dipendente o autonomo, anche occasionale, o a tempo parziale, comprese le borse lavoro comunque denominate, le pensioni previdenziali, incluse quelle ai superstiti (reversibilità), sono conteggiate anche le pensioni di invalidità, cecità e sordità (escluse, come detto, le indennità) e praticamente tutti i redditi anche se esenti da IRPEF

Se il pensionato è solo viene rilevato esclusivamente il suo reddito
Se il pensionato è sposato anche quello del coniuge.

Se il pensonato vive in famiglia ma non è coniugato il reddito da considerare è solo il suo.

Cosa accade ora?

Con queste premesse è da attendersi che nelle prossime mensilità gli “aventi diritto” trovino nel proprio conto l’importo variamente maggiorato; questo per gli invalidi civili, i ciechi civili, i sordi. Non è ancora dato sapere se gli interessati riceveranno anche una comunicazione da INPS.

Diversa la situazione per i titolari di pensione (previdenziale) ex legge 222/1984: a questi il beneficio viene attribuito dal primo giorno del mese successivo alla presentazione della domanda.

 

Max Pisu «La mia comicità sempre al servizio della solidarietà»

Categoria: articoli Creato: Lunedì, 14 Settembre 2020 Pubblicato: Lunedì, 14 Settembre 2020

Max Pisu con i suoi personaggi è protagonista in tante manifestazioni

Ma oggi dice: «Noi artisti spesso ci siamo sostituiti alla Stato,

oggi anche noi abbiamo bisogno di una mano»

 

«La mia comicità sempre  al servizio della solidarietà»

Max Pisu per il grande pubblico è Tarcisio, il ragazzo dell’oratorio, disincantato, un po’ ingenuo, ma che in modo semplice racconta i fatti della vita, con una lettura per nulla scontata. È anche un Francesco Guccini, rimasto agli anni della contestazione degli anni 70. Ma Max Pisu è tanto altro, soprattutto una persona sempre pronta e disponibile a coniugare la sua arte di far divertire con la solidarietà.

Facendo un rapido giro sulla rete salta subito agli occhi il fatto che Max Pisu è presente da anni in tantissime manifestazioni di solidarietà: dalla tua Legnano, a Monza, Varese, a Riccione, a Numana, a Roma e in tanti altri posti. Che cos’è per te la solidarietà?

Quando ho iniziato a fare questo lavoro mi sono detto: sono un fortunato, faccio qualcosa che mi piace e mi dà anche notorietà, perché non fare qualcosa per gli altri? Mi ha sempre fatto bene riuscire a dare una mano a chi ha bisogno. Nel tempo ho imparato che dando agli altri si riceve molto di più.

Quando ti è nata questa voglia di dare una mano a chi ha bisogno?

Ho iniziato con l’associazione Alomar (Associazione Lombarda Malattie Reumatiche), della quale fa parte mia sorella che ha una malattia della famiglia delle artriti reumatoidi. Mi hanno chiesto di partecipare delle manifestazioni che organizzavano e da lì è partito tutto: sono diventato il loro testimonial. Prima anche nel mio oratorio a Legnano organizzavamo spettacoli di beneficienza.

Raccolte fondi per la chirurgia toracica di Monza, per l’Unicef, per l’AIrett, per Alomar Onlus.

Dal 2006 sono testimonial anche di “Mission bambini”, che prima era “Aiutare i bambini”, una associazione che si occupa di aiutare i bambini dei Paesi poveri con progetti di adozione in vicinanza, fornendo un sostegno economico a quelle famiglie extracomunitarie che, lavorando in Italia, hanno difficoltà a mantenere i loro piccoli. Un progetto molto importante di “Mission bambini” è quello di assicurare interventi al cuore per i piccoli cardiopatici, sia operando direttamente nei loro Paesi con equipe italiane sia andando a formare medici, Grazie a questo progetto sono stati salvati più di mille bambini.

E poi ancora nel 2017 lo spettacolo messo in scena a favore della famiglia Gullotta, così tragicamente colpita dall'attentato sulle ramblas di Barcellona con la morte di Bruno.

Bruno Gullotta era un mio concittadino e mi ha fatto molto piacere che siamo riusciti a riempire un teatro di 2300 posti a Legnano. Ho coinvolto tanti amici che hanno risposto tutti positivamente: da Mario Biondi a Ron, da Ale e Franz a Enzo Iacchetti a Gioele Dix e a tanti altri. La cosa mi ha colpito molto positivamente.

In queste iniziative con te ci sono molti tuoi colleghi, quindi anche il mondo dello spettacolo è sensibile a certe tematiche.

Senz’altro. Ora siamo noi dello spettacolo ad avere bisogno di solidarietà. È arrivato il momento che qualcuno pensi anche a noi. Proprio gli artisti che si sono sostituiti allo Stato, spesso latitante. Oggi che avrebbero bisogno lo Stato è ancora più assente.

Quali di queste esperienze ti hanno colpito di più. C’è un episodio o una persona che ti porti nel cuore?

Quando ci sono i bambini sono particolarmente sensibile. L’AIrett, che si interessa dei bambini dagli occhi belli, è una delle realtà che seguo molto. Sono molto legato ad Alice e sua mamma Cristiana.

 

Uno dei personaggi che ti ha fatto conoscere al grande pubblico è Tarcisio che nella sua semplicità riesce a colpire l’animo delle persone, affrontando anche temi difficili. È un po’ anche il tuo modo di essere: arrivare alle persone e stimolare la loro solidarietà con il sorriso sulle labbra.

Esatto. Anche Tarcisio nel suo piccolo accompagna le persone nelle gite a Lourdes. Penso che Tarcisio sia una parte di me, perché sul palco ognuno porta una parte della propria vita.

 

Tarcisio e Guccini due personaggi agli antipodi oppure hanno dei punti di contatto?

Sono un po’fuori dal mondo tutti e due. Tarcisio è rimasto all’oratorio, al prete e alla mamma, mentre Guccini, ovviamente si tratta di una parodia, è ancora legato agli anni 70, alle proteste di una volta.

La pandemia di Covid 19 ha cambiato la vita di miliardi di persone, impaurite e in alcuni casi terrorizzate dal virus. Questa difficili esperienze, secondo te, ci ha migliorati?

Come tutti i grossi eventi negativi pensavo che unisse le persone. Invece, dopo una prima fase iniziale di solidarietà, ho notato che l’egoismo sta prevalendo, sia a livello politico che sociale. Assistiamo, a parti invertite, anche a una divisione tra Sud contro Nord. Speriamo che si sia trattato solo di un momento di incertezza. Io sono sardo e anche il governatore della Sardegna non si è distinto per delle posizioni condivisibili. I rapporti tra le persone penso che siano diventati più problematici, appena si è usciti dal lockdown c’è stata una reazione da “liberi tutti”, nella quale molti hanno pensato di poter fare qualsiasi cosa senza alcuna attenzione o precauzione. Spero che la gente possa riuscire ad apprezzare di più cose che sono mancate, come andare a teatro, uscire con gli amici, abbracciarsi e stare vicini.

 

In questi due mesi, stando in casa hai collaborato, insieme ad altri comici ed operatori dello spettacolo, a un’iniziativa benefica. Una trasmissione condotta da Vanessa Incontrada e Claudio Bisio, dove venivano riproposti gli sketch dei nostri personaggi”. 

La cosa più importante è stata quella di rimanere in contatto con il nostro pubblico.

 

Il teatro potrà giocare un ruolo per ricominciare?

Assolutamente sì. Lo spettacolo e lo svago penso che siano fondamentali per la vita di una persona. Nel periodo di lockdown siamo stati più tristi, quasi trasformati in automi che svolgevano le azioni quotidiane in modo ripetitivo. Il teatro fa bene a tutti: a noi che saliamo su un palcoscenico e al pubblico che assiste agli spettacoli. Speriamo di ricominciare alla grande e che le regole siano chiare, ma allo stesso tempo semplici. Altrimenti organizzare uno spettacolo potrebbe trasformarsi in un’impresa complicatissima. È fondamentale che il nostro settore sia riconosciuto e come tale venga considerato e sostenuto anche dal punto di vista economico.

Cosa direbbe Tarcisio per la ripresa?

Lui ha uno spirito positivo e senza dubbio direbbe: «Adesso riprendiamo, minchia. Che ridere!».

 

Gigi Miseferi racconta la sua carriera artistica e il suo rapporto speciale con Giacomo Battaglia

Categoria: articoli Creato: Lunedì, 28 Settembre 2020 Pubblicato: Lunedì, 28 Settembre 2020

Gigi Miseferi racconta la sua carriera artistica e il suo rapporto speciale con Giacomo Battaglia

«Umorismo e solidarietà nel segno dello scoutismo»

 

Il grande pubblico televisivo lo ha potuto ammirare a metà agosto su Rai 1 nel ruolo del questore ne "La mossa del Cavallo - C'era una volta Vigata". la prima fiction dedicata a un romanzo storico di Andrea Camilleri, ambientato nella Sicilia del 1877. In questa estate particolare il poliedrico Gigi Miseferi si è esibito con il suo "DistanziaTour 2020", una cavalcata musicale di successi senza tempo, all'insegna del divertimento e del coinvolgimento del pubblico, nel pieno rispetto delle norme antiCovid. Dal suo profilo Facebook ha annunciato che «il cortometraggio “L'esecuzione” nel quale affianco la mia amicona Francesca Antonaci (in arte Gegia), di cui è anche autrice, sarà proiettato al Festival del Cinema di Venezia, giovedì 10 settembre. “L'esecuzione” narra la storia di Valeria, donna di cinquant'anni, che abbandonata dal marito e dalla società, decide di farsi giustizia da sola». Così Gigi Miseferi, in un momento molto difficile per gli artisti, non ha mollato, ma è ripartito con l’entusiasmo che lo contraddistingue da sempre.

Gigi, Up&Smile, l’app per il buonumore, è la tua invenzione anti-lockdown?

Up&Smile è nata da un incontro casuale sul web tra me, Daniele Marino, che è uno sviluppatore di app e Giustino Calabrò che si occupa product placement. Durante il lockdown discutevamo di come tutto il mondo dell’arte si fosse fermato, come in un’improvvisa era glaciale. Da questo stato d’animo è nata questa app che è una sorta di galleria di artisti nel quale si poteva essere presenti a titolo gratuito, così come per i fruitori. Tutti possono scaricare l’app e gustarsi qualsiasi forma d’arte: dal teatro alla scultura, dalla musica alla poesia. Ogni artista ha un proprio spazio che può essere sfogliato in questa sorta di almanacco digitale. Sia la pagina Facebook, sia la app sta avendo un buon successo: ci sono tanti utenti e tanti artisti che contribuiscono ad arricchire l’offerta. È nata così una rete, nella quale c’è lo scambio tra gli artisti e il pubblico che in qualche modo si fidelizza.

Nel periodo del lockdown hai realizzato con altri tuoi colleghi il video “Artisti Calabresi uniti sotto un cielo sempre più blu”.

Non abbiamo fatto altro che proporci digitalmente, ognuno con la propria arte, a differenza di altri che lo hanno fatto dal proprio balcone, trasformando il mondo in un “balcoscenico”. Ne è nato così un video con delle finalità solidali.

Tu sei uno dei tanti artisti sempre disponibile a dare una mano per iniziative di solidarietà.

Ho avuto tante belle esperienze e difficilmente mi tiro indietro. In venti anni di scoutismo ho sempre cercato di aiutare le persone: dalle case di riposo al carcere minorile. Pensa che la prima cosa che ho fatto quando sono andato a Londra è stata quella di visitare la tomba di Robert Baden Powell (il fondatore degli scout ndr.), il quale diceva: “dietro ogni nuvola nera risplende sempre il sole”: come dargli torto.

Dare una mano a chi ha bisogno significa per te anche ricevere?

Assolutamente sì. Riceviamo l’energia e i segnali della realtà che ci circonda. Penso che questa sia la cosa più bella. Ultimamente leggevo un’intervista a un’antropologa che alla domanda su quale fosse il simbolo di una civiltà ha risposto: un femore guarito. Spiegava proprio che un animale quando si rompe un femore è condannato a morire, perché non potrà più scappare e diventerà prede. Il femore guarito, invece, sta a significare che qualcuno si è preso cura della persona ferita. Credo anche io che questo sia il simbolo della civiltà: dare agli altri perché potremmo essere noi in qualsiasi momento ad averne bisogno.

 

In tutti questi anni c’è stato un episodio che ti ha colpito particolarmente o una persona che ti porti nel cuore?

Le persone sono state tante, ma c’è soprattutto una frase mi porto dentro. Quella di una suora alla quale io dissi, durante una manifestazione di solidarietà, “sarà un caso” e lei rispose: “No, signor Miseferi, non è un caso, è Dio che vuole mantenere l’anonimato”. Persone ne ho incontrate tante, soprattutto in Calabria. Sono molto legato a un ragazzo affetto da adrenoleucodistrofia, una malattia degenerativa rarissima che colpisce in tenera età con un’aspettativa di vita di due o tre anni. Era un ragazzo della provincia di Cosenza, completamente immobilizzato, ma cosciente, il cui caso era studiato da scienziati di tutto il mondo. Per lui, insieme con Giacomo Battaglia, abbiamo organizzato una partita di beneficenza con la nazionale cabarettisti, raccogliendo una bella cifra che abbiamo consegnato alla madre. Sia con la nazionale cabarettisti che con quella “calciattori” abbiamo seguito tanti casi. Mi auguro che il Terzo settore possa ripartire presto, perché è importantissimo. Molti non hanno idea di quello che significhi, ma le famiglie che in casa hanno persone malate, senza il supporto delle associazioni, sarebbero davvero nei guai.

 

Il tuo sodalizio con Giacomo Battaglia fa parte della storia del nostro spettacolo: anche per lui la solidarietà era un valore?

Giacomo era un uomo dai valori immensi, leale e sincero. Tutte le esperienze delle quali ti ho parlato le abbiamo fatte insieme. L’ho sempre coinvolto in ogni cosa. Quando Giacomo ha avuto l’ictus avevamo da poco finito uno spettacolo presso la struttura carceraria di Reggio Calabria. Il rapporto tra me e Giacomo è stato un mutuo soccorso reciproco, abbiamo convissuto sotto lo stesso tetto per anni, ci siamo dati reciprocamente i galloni di “fratello”. Abbiamo discusso tante volte in fase creativa, ma in trentatré anni di lavoro e di amicizia non abbiamo mai litigato per un solo secondo e per un solo centesimo.

 

La pandemia di Covid 19 ha cambiato la vita di miliardi di persone, impaurite e in alcuni casi terrorizzate dal virus. Questa difficile esperienza, secondo te, ci ha migliorati?

Per me è stata fondamentale per riuscire finalmente a leggere, anche in inglese, tutti i libretti di istruzione dei miei elettrodomestici, piuttosto che a capire quanti chicchi di riso ci sono in un pacco. Ma a parte gli scherzi non so dire se ci ha migliorati. Sere fa ho visto la scena di quel ragazzo picchiato a Reggio Calabria sul lungomare, così come altri episodi in ogni angolo della terra e rimango sempre perplesso. Credo che questa lezione ci sia servita, ma non sopravvaluterei l’essere umano. Parliamoci chiaro siamo rimasti due mesi chiusi in casa, nessuno è andato sul fronte ed è tornato con le cicatrici della guerra che potrebbe averlo cambiato. Qualcuno ha sperato che le cose possano migliorare, ma segnali non ne sono pervenuti.

E i programmi futuri di Gigi Miseferi?

Sto lavorando a una commedia che si intitola “Gatta ci Covid”, scritta e diretta da Gianni Quinto, con Gegia e Federica Calderoni. È la storia di quattro attori che devono mettere in scena un “Romeo e Giulietta” con tutte le precauzioni dettate dalle norme anti Covid: misurazione della febbre, mascherina, divieto di baci e abbracci, disinfettante sempre a portata di mano e così via. Mette in evidenza tutte le manie delle persone in questo periodo che ha trasformato molti in ipocondriaci.

La comicità in questi anni è cambiata?

C’è un filo sottile che divide la satira dal vilipendio. Quando si attaccano le persone sul personale non si può più parlare di ironia. La politica, uno dei cavalli di battaglia del Bagaglino, è diventata satira di se stessa, accadono delle cose nella vita reale che scavalcano quelle che possono essere le invenzioni degli autori più bravi. Sulla rete diventano subito virali i collage delle dichiarazioni dei politici che smentiscono nel giro di poche ore le loro stesse dichiarazioni. I politici attuali non hanno lo spessore di quelli che, negli anni d’oro del Bagaglino, erano fonte di ispirazione di Castellacci e Pingitore: da Andreotti, a Craxi, a De Mita a Spadolini e a tanti altri. Oggi la scena politica cambia in modo veloce e i suoi esponenti sono delle vere e proprie meteore.

L’impegno di Ferdinando Morabito, tesoriere dell’AIDA onlus «Donare è il più bel modo di ricevere»

Categoria: articoli Creato: Venerdì, 11 Settembre 2020 Pubblicato: Venerdì, 11 Settembre 2020

 

L’impegno di Ferdinando Morabito, tesoriere dell’AIDA onlus

«Donare è il più bel modo di ricevere»

Ferdinando Morabito, meglio conosciuto come “Nandino”, è una di quelle persone alla quali ci si rivolge quando ci si imbatte nella giungla fiscale, che muta periodicamente, e nella quale solo persone competenti come lui riescono a districarsi. Grazie alla sua competenza “Nandino” segue e tiene in ordine i conti della AIDA onlus, della quale è il tesoriere. Dal 2009, infatti, lui è uno della grande famiglia dell’Aida: «Tutto è iniziato – ricorda- dopo aver ascoltato quanto mi raccontava l’amico fraterno Reno Insardà, presidente dell’AIDA. Seguendo le attività svolte da lui e dagli altri ragazzi, l’impegno il sacrificio profuso nell’organizzare e gestire le varia iniziative, gli spostamenti in giro per l’Italia è stato per me naturale abbracciare il progetto. È stato Proprio Reno a volermi all’interno dell’AIDA, credendo fortemente in me e dandomi piena fiducia. Ho ricoperto il ruolo di vice presidente che ho lasciato con piacere a Enza Petrilli lo scorso anno. Ad oggi ho un ruolo importante all’interno della Onlus sono tesoriere e curo anche i rapporti con gli Enti».

Per lui la solidarietà ha una ricetta molto chiara: «Impegno etico-sociale a favore di altri, un grande valore sociale che consente a tutti noi di sentirci bene nell’animo solo per aver regalato un sorriso oppure una semplice gioia».

Questi dieci anni di partecipazione alle attività dell’AIDA Ferdinando Morabito li porta tutti nel suo cuore: «Non c’è un episodio in particolare, potrei citarne qualcuno giusto per rendere l’idea. Il primo evento a cui ho preso parte e stato nel 2010 a Reggio Calabria, poi Palermo, Rimini, Roma e poi di seguito ci sono tante esperienze e tante persone che ho conosciuto e che mi hanno dato tanto sia sotto il profilo personale che umano. Come ho detto prima nell’Aida onlus mi occupo più della parte amministrativa, rispetto ad altri colleghi a causa del lavoro non ho la possibilità di prendere sempre parte direttamente agli eventi. Anche se mi occupo dell’organizzazione degli stessi li seguo a distanza e naturalmente quando ho la possibilità mi aggrego volentieri».

Esperienze che arricchiscono le persone come conferma “Nandino”: «Impari sempre cose nuove vedi delle situazioni che sembrano paradossali, ma la tenacia dei ragazzi diversamente abili ti danno insegnamenti importanti e la forza di impegnarti sempre di più nel campo della disabilità e solidarietà».

Un impegno che Ferdinando Morabito affronta con piacere e a chi vuole avvicinarsi al mondo della solidarietà dice: «Piu che un consiglio preferisco fare un invito all’opportunità di mettersi in gioco con le proprie competenze, le proprie energie e la propria personalità. Donare è il più bel modo di ricevere».

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Marco Leonardi: «La mia anima calabrese ha bisogno di donare»

Categoria: articoli Creato: Venerdì, 25 Settembre 2020 Pubblicato: Venerdì, 25 Settembre 2020

L’interprete di tanti bellissimi film racconta le sue emozioni e le sue esperienze

Marco Leonardi: «La mia anima calabrese ha bisogno di donare»

Tra Africo e Locri ci sono meno di 25 chilometri. Per Marco Leonardi girare “Aspromonte la Terra degli Ultimi” di Mimmo Calopresti è stato una sorta di ritorno alle origini. Lui è nato in Australia, ma suo padre era di Locri e quella parte della Calabria gli scorre nelle vene. Quando gli propongono dei film sulla sua terra non si tira mai indietro. Come è successo con “Anime nere”, il bellissimo e pluripremiato film del 2014 diretto da Francesco Muzi che, tratto dall’omonimo romanzo di Gioacchino Criaco, racconta sempre di Aspromonte. Marco Leonardi ha iniziato molto presto a fare cinema, aveva 15 anni quando ha preso parte al film “La sposa era bellissima”. L’anno della sua consacrazione è sicuramente il 1988, quando Giuseppe Tornatore lo chiama per “Nuovo Cinema Paradiso”, premiato con l’Oscar. Poi arriva “Come l’acqua per il cioccolato” di Alfonso Arau, “Scugnizzi” di Nanni Loy. Nello stesso anno è protagonista del film “Ciao mà”, che racconta la storia di un concerto romano di Vasco Rossi. Poi tanti successi sia televisivi che al cinema. Da ricordare la sua bella interpretazione di Diego Armando Maradona nel film “Maradona – La mano de Dios” di Marco Risi e nella fiction “Il capo dei capi”, ma anche “La sindrome di Sthendal” con la regia di Dario Argento. Una filmografia lunghissima a dimostrazione della sua poliedricità: “La sindrome di Stendhal” con la regia di Dario Argento, “I cavalieri che fecero l’impresa” di Pupi Avati, “C’era una volta il Messico” di Robert Rodriguez, “Mary” di Abel Ferrara, “Ustica” di Sergio Martinelli, “Tutti i soldi del mondo” con la regia di Ridley Scott, “Martin Eden” di Pietro Marcello e tanti altri ancora. Senza dimenticare la lista infinita di fiction televisive alle quali Marco ha dato un contributo fondamentale per diventare dei successi.

La Calabria fa parte di te e della tua vita. Parliamo però di una terra difficile che avrebbe bisogno di solidarietà.

Probabilmente sì. Non abitandoci, la vivo in modo diverso e tutte queste difficoltà le percepisco da lontano. Per me rappresenta le mie origini, l’orgoglio di un bagaglio personale che ho accumulato, vivendo da ragazzo per tre mesi all’anno nella Locride. Non bisogna, ovviamente, nascondere quella parte negativa della Calabria, raccontata benissimo in “Anime nere”, ma non dimentichiamoci della bellezza e della ricchezza di questa terra e dei suoi figli sparsi in tutto il mondo, che le danno lustro con il loro lavoro e la loro professionalità. Ho vissuto negli Stati Uniti, da anni abito a Roma, ma la mia casa è la Calabria, non so spiegare che cosa mi succeda: ma quando torno nella Locride c’è un’alchimia particolare che mi rigenera. Ho incontrato calabresi in tutte le parti del mondo in cui sono stato e quando succede scatta subito un’empatia incredibile.

 

Come la maggior parte dei calabresi sei un generoso e, nonostante, i tuoi impegni sei sempre disponibile a collaborare a manifestazioni di solidarietà.

Lo faccio sempre con piacere, anche se un po’ sono in difficoltà, perché vorrei evitare di mettermi in mostra. Nel quotidiano, dove posso, sono sempre presente nei limiti del possibile. Io credo molto al contatto con le persone, non si può negare un sorriso, una mano, un aiuto. Non mi interessa il colore, la provenienza. Sono attratto dalla persona, dal suo spirito: il resto non mi interessa. Ovviamente si capisce al volo chi non merita e può essere italiano o straniero…

 

Per te è più un ricevere o più un dare?

Grazie all’esperienza dei miei quasi 49 anni ho capito che proprio mentre si dà si riceve. Quando io do, non mi aspetto che qualcuno mi dia qualcosa in cambio. Io sono già appagato, è qualcosa che mi fa stare bene, mi dà anche un bell’equilibrio emotivo, non mi interessa se una persona cambia il suo atteggiamento.

In tutti questi anni c’è stato un episodio che ti ha colpito particolarmente o una persona che ti porti nel cuore?

Mi è capitato qualche volta. Ricordo che durante le riprese del film di Robert Rodriguez “C’era una volta il Messico”, uno degli elettricisti mi raccontò che aveva un figlio in carcere per una rissa. Gli diedi mille dollari per pagare un avvocato, lui mi ringraziò in lacrime e dopo una settimana la moglie andò a colloquio e il figlio mi mandò un lavoretto con il legno che aveva fatto. Mi piace ricordare anche un altro episodio: avevo 18 anni ed ero a Città del Messico per “Come l’acqua per il cioccolato”. Lì ci sono in strada tanti bambini che chiedono soldi, ero in un ristorante, ne ho chiamati alcuni, li ho fatti sedere al tavolo con me. Mi aveva dato fastidio come venivano trattati dal personale del ristorante e ho voluto fare un gesto di attenzione nei loro confronti. Hanno mangiato la carne insieme a me e sono stato felice. Credo che la vita sia una catena e domani, magari, ci sarà qualcun altro disponibile a dare una mano e così via.

 

La pandemia di Covid 19 ha cambiato la vita di miliardi di persone, impaurite e in alcuni casi terrorizzate dal virus. Questa difficile esperienza, secondo te, ci ha migliorati?

Non è questo periodo a fermare coloro che non sono abituati a fare qualcosa di sano e fare del bene verso il prossimo. Con questo ti sto dicendo che tanti continueranno la loro vita, non interessandosi agli altri, anzi ne approfitteranno. Alcuni si impegneranno ancora di più: è sempre un discorso di anima. Per quanto mi riguarda ritengo che la parte spirituale va alimentata con le azioni giuste. Io continuo così e sono felice di fare questa scelta di vita. Purtroppo siamo cresciuti in una società caratterizzata dall’egoismo e lo sforzo sta proprio nel fare qualcosa per gli altri, che arricchisce sempre anche se stessi. La domanda che dovremmo farci tutti è: cosa ti rende più felice? Se io dovessi compiere delle azioni come quelle che quotidianamente vedo fare in giro, mi sentirei sporco, triste. Questa corsa per essere i numeri uno, raggiungere una posizione, arricchirsi, non mi rende felice. Devo essere me stesso e trovare la mia identità. Nel mondo dello spettacolo, per esempio, capita di dimenticarsi tutto questo. Abbiamo la fortuna di fare un mestiere particolare, bello e non ripetitivo e dovremmo aver sviluppato una sensibilità verso certe tematiche.

A proposito del tuo lavoro che cosa ha in cantiere Marco Leonardi?

Devo finire un film di Goutam Ghose, un regista indiano con una poetica che ricorda Roberto Rossellini, sui danni ecologici delle tante dighe costruite in India e dei problemi legati ai finanziamenti concessi dai colossi americani. Devo girare anche il mio primo film di azione con un regista francese, nel quale sono coprotagonista e unico attore italiano come nella pellicola indiana. Questo sapore internazionale mi fa stare bene, mi rende felice. Parliamo di progetti per il momento, Covid permettendo…

E intanto?

Mi dedico ai miei figli: Sofia di 15 anni e Francesco di 14. Hanno un’età particolare e io non sono un genitore che dà e basta, spesso tolgo. Mi piacciono i no, far conquistare loro con fatica le cose, farli abituare alle difficoltà della vita.

La vita di Astutillo Malgioglio: dalla serie A al campionato più importante della sua vita

Categoria: articoli Creato: Martedì, 08 Settembre 2020 Pubblicato: Martedì, 08 Settembre 2020

 

La vita di Astutillo Malgioglio: dalla serie A  al campionato più importante della sua vita

 

«L’amore che ricevo dai disabili  è più potente di un calcio di rigore»

«Carmen, Alberto, Ester, Rosy, Massimo, Gabriele, Gianni e tanti altri ancora. Sono i miei ragazzi, quelli che mi hanno dato tanto rispetto a quel poco che ho potuto fare e faccio per loro. Purtroppo alcuni non ci sono più. Ricevo talmente tanto e penso anche di non essere meritevole. Non posso essere neanche orgoglioso e pieno di me stesso, chiedo sempre a Dio di essere l’ultimo e di lottare per rimanere sempre ultimo». A parlare così è Astutillo Malgioglio, un passato da calciatore, ma una vita impegnata (43 anni) a dare una mano a chi ha bisogno, soprattutto ai disabili. Lui, con quel nome particolare, negli anni 80 era molto popolare tra i tifosi e i ragazzini che collezionavano le figurine Panini. Un nome che non si dimentica, così come la sua faccia sorridente, accompagnata da due baffoni e un fisico statuario. Cresciuto nelle giovanili della Cremonese, passò al Bologna e si affermò nel Brescia dove fu promosso in serie A con la stessa squadra lombarda nel 1980. Nella sfortunata stagione successiva, il Brescia retrocesse. Tra il 1979 e il 1980 è stato convocato da Azeglio Vicini nella Nazionale di calcio dell’Italia Under-21 e ha partecipato al Campionato europeo di calcio Under-21 del 1980. Nell’82 a Pistoia e nell’estate ’83 a Roma. Nella formazione di Eriksson, Malgioglio trovò poco spazio, ma persino peggio gli andò con la Lazio, l’anno dopo. Aveva deciso di ritirarsi, ma Trapattoni lo richiamò all’Inter nel 1986. Cinque anni magnifici, uno scudetto e una coppa Uefa, da secondo a Walter Zenga, nell’Inter dei record con Matthäus, Beppe Bergomi, Aldo Serena, Andreas Brehme e Riccardo Ferri. Ma anche quella di Alberto Rivolta, lo sfortunato calciatore affetto da ependimoma midollare, un tumore rarissimo del sistema nervoso centrale che lo ha portato alla morte il 3 novembre del 2019. Quel giorno a salutarlo c’erano moltissimi suoi ex compagni, tra tutti Astutillo Malgioglio che gli è stato vicino fino alla fine, come aveva ricordato lo stesso Rivolta in un’intervista a Fanpage.it un mese prima di morire: “Pensi, qualche giorno fa è venuto Baresi. Malgioglio passa tutte le settimane. E poi Riccardo Ferri, Ciocci, insomma gli amici non mi hanno dimenticato. Poi è venuto anche Patrizio Sala, non me lo sarei mai aspettato”. Sì, lui ci andava ogni settimana, Alberto era uno dei suoi ragazzi, faceva parte della sua famiglia, quella nata nel 1977, quando decise si fondare l’associazione “Era 77”.

 

Che cosa è stata “Era77” e come è nata?

Si chiama così perché sono le iniziali dei nomi di mia figlia (Elena), mia moglie (Raffaella) e mio (Astutillo) ed è successo tutto nel 1977: mi sono sposato, è nata mia figlia così come l’associazione. Penso che ci sia una predisposizione a che certe cose accadano, che scocchi la scintilla. Ho incontrato la persona giusta, mia moglie, ma quando ci siamo conosciuti non pensavamo di far qualcosa per i disabili. Avevamo dentro di noi una spinta a voler aiutare gli altri. Questo sì.

 

Un’idea che è diventata realtà.

Abbiamo incontrato il mondo della disabilità e da lì è partito tutto. Io allora giocavo a Brescia e mia moglie studiava all’Isef. Abbiamo conosciuto una persona che le ha offerto l’opportunità di insegnare in una classe di oltre 30 disabili. E poi abbiamo cominciato a lavorare e a impegnarci per aiutare questi ragazzi. Abbiamo preso un nostro locale a Piacenza con una palestra ed è partita l’associazione “Era77” con una palestra che ha funzionato fino al 1995. La nostra idea era quella di mettere a disposizione dei ragazzi strutture e assistenza gratuitamente. Da subito abbiamo pensato di non fare semplicemente volontariato, ma iniziare un percorso nostro, utilizzando metodologie scientifiche sulla cura dei bambini con lesioni celebrali.

 

E tua figlia vi ha seguito in questa vostra attività?

Sin da piccola era in palestra, ha sempre avuto una ottima predisposizione verso i nostri ragazzi. Ora si è sposata, ma se qualcuno ha bisogno non si tira indietro e continua a darsi da fare per aiutare gli altri.

 

In quegli anni tu però eri in giro per l’Italia a giocare a calcio.

Sì, ma in ogni città dove ho giocato (Brescia, Pistoia Roma) abbiamo sempre continuato a fare assistenza. Ci conoscevano e con il passaparola i ragazzi chiedevano di essere assistiti. Quando sono andato a giocare all’Inter ci siamo concentrati sul nostro centro di Piacenza.

 

E dopo il 1995 che cosa è successo?

Io avevo smesso di giocare e abbiamo deciso di continuare assistenza ai ragazzi disabili a domicilio. Mia moglie Raffaella dopo il diploma Isef si è specializzata in psicomotricità con i bambini disabili e io sono diventato assistente all’infanzia da zero a tre anni. Una attività che continuiamo ancora a fare. Certo quando si fa assistenza domiciliare non si possono avere troppe persone da seguire, perché è complicato. Fino a poco tempo fa seguivamo sei persone, purtroppo due sono morte l’anno scorso, e ora sono quattro. Essendo malati gravi, lungo il cammino qualcuno ci lascia.

 

C’è una persona o un episodio che ti porti nel cuore?

Ho avuto talmente tanto dagli altri che mi sento appagato. Mi considero una persona fortunata, una tra le più fortunata al mondo. Tutti i ragazzi mi hanno colpito e mi sono rimasti dentro. Se proprio devo indicarne uno mi fa piacere ricordare Massimo che purtroppo non c’è più. Quando è morto aveva 14 anni era malato di distrofia muscolare grave. La cosa che mi colpiva di lui è che tutti i giorni dava forza alle persone che gli stavano vicino, a partire dai suoi genitori. Era incredibile. Sapeva che a qualcuno piaceva il ciclismo, per esempio, e lui si studiava tutto sull’argomento per poi parlarne e coinvolgere la persona. E così per le cose che potessero interessare i suoi amici. Faceva tutto per gli altri. Si donava completamente.

 

L’essere cattolico ha giocato un ruolo in questo tuo percorso?

La fede in Dio è stata determinate. Penso che quando sei strumento di Dio ti muovi in un certo modo nella tua vita e se non hai amore per gli altri, così come loro te ne danno non ti senti libero e realizzato. Io mi sento proprio appagato, libero e a disposizione degli altri.

 

Che cosa è stato invece il calcio per te

Quando ero ragazzo, essendo nato in un quartiere popolare, era tutto: divertimento, aggregazione, amicizia. Non avevamo nulla e per noi era fondamentale. Poi ho iniziato a giocare nei settori giovanili, mi divertivo tanto. Diventato professionista le cose si sono complicate, cominciavo a sentirmi limitato. Non vedevo più lo sport come divertimento, ma in quell’ambiente i valori erano diversi: la notorietà, i soldi e il lusso. Tutte cose che nulla hanno a che fare con il gioco e il divertimento.

 

Quando giocavi eri considerato una persona particolare, oggi una persona speciale. Tu come ti sentivi allora e come ti senti oggi?

Quando ero nel mondo del calcio specialmente per i dirigenti e per alcuni allenatori ero un problema da gestire e sopportare. Mi sono sempre impegnato, mi allenavo seriamente, non ho mai saltato un allenamento. In quel mondo le persone sono poco considerate, si punta tutto sull’aspetto tecnico e dei risultati. Quando tutto va bene sei considerato e anche osannato, poi nei periodi di flessione vengono fuori i problemi.

 

Hai avuto tanti allenatori, chi ha capito l’uomo Astutillo Malgioglio?

Uno solo: Giovanni Trapattoni. Non c’era bisogno di parlarsi, bastava uno sguardo. Io per lui ero indispensabile in quell’Inter che, sotto la sua guida, vinse lo scudetto nel 1989 e la Coppa Uefa nel 1991. Qualcuno può pensare che Trapattoni fosse impazzito, ma era proprio così. Mi stimava come portiere, altrimenti non sarei potuto stare in quella squadra di campioni, ma ero determinante sia all’interno dello spogliatoio sia per lui. Penso che quello che mi ha dato Trapattoni in quei cinque anni sia stato davvero tanto. Se sono riuscito a sopravvivere ancora nel mondo del calcio è stato proprio grazie a lui. Dopo l’episodio della Lazio volevo mollare tutto.

 

Ecco, parliamo di quella domenica 9 marzo 1986 allo stadio Olimpico. Vieni contestato dai tifosi della Lazio che ti ritengono colpevole della sconfitta e insultano te, la tua famiglia e il tuo impegno per i disabili. Ti togli la maglia, ci sputi sopra, la getti a terra e la calpesti. Un gesto che nessuno si aspettava da un uomo buono e mite come te.

Una bruttissima giornata per me. Ho sbagliato, ho fatto un gravissimo errore, ne risponderò a Dio. Purtroppo è successo. Non ce la facevo più, avevo addosso una pressione incredibile. Volevo mollare tutto. Per fortuna è arrivato Trapattoni…

 

Quando eri all’Inter tra i tuoi compagni c’era Jürgen Klinsmann che un giorno, dopo l’allenamento, è voluto venire con te a Piacenza a conoscere i ragazzi di “Era77”.

Klinsmann è stato fortunato a incontrare i miei ragazzi. Sono contento per lui. La cosa importante, come ho cercato di spiegare più volte, non è stata la donazione di 70 milioni che ha fatto all’Associazione, ma quello che ha ricevuto lui. Un’esperienza che lo ha cambiato soprattutto come uomo. All’epoca io giocavo, quei soldi non mi cambiavano la vita. Mi fa piacere per lui che si sia saputo della sua generosità, così la gente lo ha apprezzato anche fuori dal campo.

 

Sei rimasto in contatto con lui?

Da quando ho smesso, nel 1993, l’ho sentito tre volte. L’ultima volta che è venuto in Italia mi ha chiamato. Ma ripeto, sono contento per il suo cambiamento come uomo e mi fa piacere che in questa “conversione” io abbia giocato un piccolo ruolo.

 

E con gli altri tuoi compagni di squadra?

Quando c’era a Piacenza il centro “Era77”, alcuni sono venuti a visitarlo. Nei miei cinque anni all’Inter saranno venuti due o tre volte. Il povero Enrico Cucchi (morto nel 1996 per un melanoma) era una persona straordinaria, molto ben disposta moralmente. Purtroppo è mancato troppo giovane. Ultimamente mi chiama Riccardo Ferri. Non parliamo di calcio, ma di altre cose. Evidentemente ne sente il bisogno e trova in me la persona giusta con cui parlare e la cosa mi fa piacere.

Il calcio lo segui ancora?

Guardo le partite in tv, perché è uno sport che mi piace tantissimo. Tempo fa ero stato contattato per conoscere la mia opinione sulla vicenda del taglio degli stipendi dei calciatori in questo periodo. Per me non sono giudicabili, anche perché se il problema viene fuori in un momento di emergenza come questo, significa che c’era qualcosa che non funzionava già da prima. Se i calciatori sono arrivati a guadagnare certe cifre vuol dire che si è sbagliato prima. Se Messi o Ronaldo hanno ingaggi milionari la colpa non è loro, ma di tutto il sistema calcio che al di là del loro talento calcistico ha costruito un business moralmente discutibile.

 

La pandemia di Covid 19 ha cambiato la vita di miliardi di persone, impaurite e in alcuni casi terrorizzate dal virus. Sei ottimista per il futuro?

Una delle cose che mi ha colpito guardando le statistiche delle vittime è che non si parla mai di disabili. Dopo tutti questi anni di lavoro con queste persone mi sono reso conto che spesso i disabili sono percepiti come un peso e ora ancora di più il valore della loro vita è poco considerato, quando si pensa a loro la morte è già scontata. Al di là dell’aspetto sanitario, con questa emergenza la situazione delle persone che hanno bisogno è peggiorata ancora di più. Posso immaginare come stanno vivendo queste persone, ma viverla sulla propria pelle è tutta un’altra storia. A questi si aggiungono quelli che non sono mai stati in difficoltà. Anche per loro, quindi, è diventato fondamentale sopravvivere. In questi casi purtroppo, come ha avvertito anche il Papa, c’è il timore e il rischio che possa subentrare l’egoismo. Spero che le cose possano cambiare, di persone buone ce ne sono tante e la salvezza del mondo e dell’umanità si basa su quelli che danno anche la loro vita per gli altri.

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Alessandro Bianchi è impegnato con molti dei suoi ex compagni per aiutare chi ha bisogno

Categoria: articoli Creato: Giovedì, 17 Settembre 2020 Pubblicato: Giovedì, 17 Settembre 2020

Alessandro Bianchi è impegnato con molti  dei suoi ex compagni per aiutare chi ha bisogno

 

«Grazie alla mia Inter sono  ancora in campo per la solidarietà»

 

Alessandro Bianchi è stato l'ala titolare nel 1988-89, anno dello "scudetto dei record", aggiudicandoselo con un mese d’anticipo. In nerazzurro ha vinto anche una Supercoppa italiana (1989) e due Coppe Uefa (1990-91 e 1993-94), risultando decisivo per la conquista della prima: suo il gol qualificazione nella gara di ritorno dei sedicesimi con l'Aston Villa. Specialmente nell'Inter dei record è stato un punto di forza, giocando insieme a tanti campioni come Matthaus, Diaz, Brehme, Bergomi, Riccardo Ferri e Aldo Serena. È stato anche convocato in Nazionale sotto la guida di Arrigo Sacchi, prima che un grave infortunio muscolare, nella stagione 1992-93, segnasse irrimediabilmente la sua carriera.

Alessandro, da quando hai finito di giocare non si è mai tirato indietro per stare vicino a chi è impegnato per aiutare gli altri: che cosa significa per te solidarietà?

Io ho smesso nel 2001, ma da allora sono sempre stato a disposizione. Solidarietà per me non significa solo partecipare a manifestazione di beneficienza, significa soprattutto stare vicino a chi a bisogno, parlarci, ascoltare e dare un sostegno morale.

C’è stato un episodio particolare della tua vita che ha fatto nascere questa voglia di impegnarsi per gli altri?

Non parlerei di un episodio particolare. Quando sono arrivato all’Inter c’era l’associazione “Bindun” con Beppe Bergomi, Beppe Baresi, Riccardo Ferri ed Enrico Cucchi, ancora oggi impegnata nel sociale. L’idea mi è piaciuta e da lì è partito tutto. Si fanno partite di beneficienza, ma anche spettacoli, e il ricavato è utilizzato per realizzare dei progetti per chi ha bisogno. Da quel momento il mio impegno non è mai venuto meno.

Hai giocato nell’Inter di Trapattoni nella quale c’era anche Astutillo Malgioglio: un vero e proprio campione di solidarietà. Che ricordo hai di lui?

Io ero un ragazzino e lui è stato tra quelli che mi hanno aiutato a inserirmi. Venivo da un ambiente provinciale come Cesena e l’arrivo all’Inter mi preoccupava. Malgioglio, come gli altri della vecchia guardia, mi hanno subito messo a mio agio e fatto entrare nel gruppo.

Con la Nazionale Vip Sport e con i campioni dell’Inter siete spesso in giro per delle manifestazioni.

Quando si va a fare delle partite di beneficienza e incontri tante persone è il contatto con chi è in difficoltà che ti rimane dentro, ti fa stare bene e fa venire la voglia di continuare a farlo.

Con #UnGolperRipartire con l’Inter campus nei paesi colpiti dal terremoto del 2016 con Inter Forever, la squadra formata dalle leggende nerazzurre, rappresenta un appuntamento importante?

Mi chiamarono Toldo e gli altri per illustrarmi il progetto di un campo polivalente a Tolentino. È stato realizzato e ci siamo ritornati ogni anno, fino a luglio dell’anno scorso, per giocare e raccogliere fondi per quelle zone.

Voi ex calciatori dell’Inter siete rimasti uniti, vi siete ritrovati anche in momenti tristi come la morte di Alberto Rivolta. Questo significa che il calcio non è solo soldi e successo.

Abbiamo vissuto lo sport come divertimento, era un gruppo unito con tanti amici. È ovvio che siamo stati dei ragazzi fortunati e ben pagati. I ricordi che rimangono non sono i soldi guadagnati, forse neanche le partite, ma proprio le giornate trascorse insieme con gli altri del gruppo. Anche in questo periodo di emergenza ci siamo sentiti. Ho chiamato Bergomi, che ha contratto il Covid 19, per sincerarmi delle sue condizioni, ho ricevuto chiamate da Serena, da Klinsmann, da Nicolino Berti. E la cosa mi ha fatto piacere e dimostra che quello era un bel gruppo unito.

Parlando ancora di calcio mi dici qual è l’allenatore più importante per la tua carriera.

Non ho dubbi: Giovanni Trapattoni. Ho fatto tre anni con lui all’Inter, appena arrivato abbiamo vinto il campionato e il terzo anno la Coppa Uefa. È sempre stato un allenatore che nei momenti di difficoltà mi è stato vicino e mi ha aiutato molto nella crescita sia come calciatore sia come uomo.

Gli italiani e la solidarietà: un binomio che, secondo la tua esperienza, funziona?

Siamo un popolo generoso e lo dimostriamo in ogni occasione. Quando c’è bisogno non ci tiriamo mai indietro. Anche la mia esperienza di calciatore mi ha insegnato che si migliora quando le cose non vanno tanto bene. Lo abbiamo visto anche in questa emergenza del coronavirus: tante donazioni a tutti i livelli per dare una mano a chi è in difficoltà e a chi era impegnato. Speriamo che finita questa emergenza l’atteggiamento non cambi.

Tu sei di Cervia, uno dei posti in cui il turismo è un punto di forza. Come state vivendo questo momento particolare?

C’è tanta voglia di ripartire, un atteggiamento positivo e ottimista per il futuro. Ci sono dei punti interrogativi, ma le spiagge le stanno già preparando, adeguandosi alle indicazioni sanitarie. Ce la faremo.

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Maurizio Scalvini: La solidarietà della Nazionale VipSport  in campo da dodici anni»

Categoria: articoli Creato: Sabato, 05 Settembre 2020 Pubblicato: Sabato, 05 Settembre 2020

Parla Maurizio Scalvini, presidente e animatore 

di tante iniziative benefiche

«La solidarietà della Nazionale VipSport 

in campo da dodici anni»



“Aiutare chi ha bisogno non è mai un impegno banale. Nemmeno dal punto di vista organizzativo. Per riuscirci al meglio sono necessari le stesse competenze e lo stesso impegno che ognuno di noi mette ogni giorno nel proprio lavoro. Aiutare chi ha bisogno è una cosa seria. La Nazionale VipSport è nata per questo”. Si conclude così il manifesto della Nazionale VipSport, firmato dal suo presidente Maurizio Scalvini. «Per raccontare come è nata la Nazionale VipSport  - racconta Scalvini – potrei citare la famosa canzone “Eravamo quattro amici al bar…”. Noi, Franco Oppini, Stefano Tacconi e il sottoscritto, invece eravamo in un ristorante ed era il 28 maggio di dodici anni fa. Per una serie di motivi eravamo usciti da un’altra associazione e ci siamo ritrovati a ragionare sul nostro impegno per chi ha bisogno. E così abbiamo deciso di partire con la Nazionale VipSport e ci tengo a precisare che Vip non significa soltanto “very important person”, ma, e soprattutto, un “vero importante progetto”». 

Lanciata l’idea e costituita l’associazione Maurizio Scalvini ha raccolto le adesioni, oltre che di Franco Oppini e Stefano Tacconi anche di «alcuni dei concorrenti del Grande Fratello (Rosario Rannisi, Tullio Tommasino) e poi Francesco Oppini, Max Pisu, Patrizio Oliva, Daniel Ducruet e siamo partiti. In questi anni in tantissimi hanno partecipato ai nostri eventi, anche perché l’età avanza e bisogna trovare giovani leve (sorride ndr). Comunque parliamo di una cinquantina di personaggi che si alternano nelle nostre iniziative».

In dodici anni la Nazionale VipSport si è ritagliata un ruolo importante nel mondo della solidarietà e il presidente Scalvini con orgoglio ricorda: «Abbiamo organizzato una ottantina di iniziative tra partite di calcio, quelle di footgolf, cene di beneficienza e altre manifestazioni». I personaggi del team non si sono mai tirati indietro e hanno voluto dare il loro contributo al successo delle manifestazioni. «Tra le iniziative più riuscite ricordo con piacere quella di Sciacca, Rocca Franca e Bari, dove allo stadio San Nicola abbiamo registrato la presenza di venticinquemila persone». Anno dopo anno la squadra del presidente Scalvini si è rinforzata e oggi può contare su un gruppo di tutto rilievo: «Con noi ci sono i fratelli Bonetti (Dario e Ivano), Luciano De Paola, Claudio Chiappucci, la famiglia Ducruet, Francesco Rizzuto di Zelig e tanti altri tra ex calciatori e personaggi dello spettacolo». 

Per Maurizio Scalvini, quindi, parlare di solidarietà e «talmente facile, ma allo stesso tempo talmente difficile da interpretare. Le tante famiglie che abbiamo incontrato ci hanno insegnato tanto: vivere la vita dedicandosi ai loro figli, ma anche agli altri bambini e dando un senso di speranza a tutti gli altri. Solidarietà rimanda a qualcosa di solido, oggi mi rendo conto che c’è tanta voglia di aiutare gli altri, accompagnata purtroppo da un pizzico di diffidenza. Qualcuno che fa il furbo in giro c’è, però è sufficiente informarsi sulle associazioni. Mi fa molto arrabbiare chi, alla vigilia di un vento, dice non compro prima il biglietto perché se poi piove… Ma che discorso è? I soldi del biglietto vanno comunque in solidarietà, certo che a noi fa molto piacere avere una bella cornice di pubblico che contribuisce alla riuscita delle nostre manifestazioni. L’obiettivo principale resta la raccolta di fondi, anche perché nessuno della Nazionale VipSport percepisce compensi, solo dei rimborsi spese». 

Il Covid, ovviamente, ha fatto saltare anche le iniziative previste per quest’anno. «Stiamo cercando di organizzare – racconta il presidente Scalvini – qualche evento di footgolf, dove c’è la possibilità di mantenere le distanze. Non sarà semplice perché sono partiti i campionati e rischiamo di non aver abbastanza giocatori disponibili per poter organizzare un evento che permetta di raccogliere dei fondi». Maurizio Scalvini ha vissuto nella sua Brescia il difficilissimo periodo del Covid e sulla scorta di quella drammatica esperienza dice: «Sono un ottimista, ma avendo visto quello che succede attorno prevedo che alla ripresa autunnale le cose rischiano di non andare per il verso giusto. C’è un’incertezza totale che ricade, inevitabilmente, sul mondo della solidarietà. Prima anche noi della Nazionale VipSport riuscivamo a trovare delle aziende che ci davano una mano, ora è tutto fermo. La nostra attività principale si svolge soprattutto in primavera-estate e spero che per allora qualcosa sia cambiato. Incrociamo le dita».  

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