Marco Ligabue: «Impegnarsi per gli altri è nel mio DNA da emiliano>>

Categoria: articoli Creato: Lunedì, 03 Agosto 2020 Pubblicato: Lunedì, 03 Agosto 2020 Email

Il cantautore racconta le sue esperienze di solidarietà: dai bambini malnutriti del Benin alla Casa Famiglia “Peter Pan di Roma, dall’Aida Onlus alla Nazionale cantanti. Un vissuto che ritroviamo nei testi delle su canzoni

“Sono emiliano, cantautore e papà. Per gente emiliana come me aiutare, fare squadra, soprattutto nelle difficoltà, è qualcosa che ha a che fare col nostro DNA. Sono cantautore e dai grandi ho imparato che con le canzoni, oltre a divertire e a emozionare, puoi anche sensibilizzare. Sono papà e quindi lotto per un mondo migliore, non più solo per me ma anche per mia figlia. Questi motivi, insieme all’urgenza di situazioni sociali che ho incontrato nel mio percorso, mi hanno spinto a usare il microfono per progetti che vanno oltre i concerti e i dischi”. Questo è Marco Ligabue, nato a Correggio e fratello di uno dei miti del rock italiano: Luciano Ligabue. Marco si descrive nella homepage del suo sito e basterebbe questo per sintetizzare la vita dell’uomo, del musicista, del padre e della persona da sempre impegnata a dare una mano a chi ha bisogno.

Marco, cosa significa per te solidarietà?

È difficile da spiegare in poche parole, ma ci provo. È un dare che poi diventa anche un ricevere. È qualcosa che ho sempre avuto dentro da quando ero ragazzo. Con miei amici organizzavamo un concerto, una festa in piazza e per noi era normale portare i piccoli incassi di queste manifestazioni a qualche onlus o alla Croce Rossa del paese. Da allora ho sempre cercato di appoggiare questo tipo di iniziative sia attraverso la raccolta fondi sia interessandoci ai progetti, conoscendo meglio le dinamiche, le difficoltà e i problemi da risolvere.

C’è stato un momento della tua vita che ha significato una svolta?

Beh, direi da quando sono diventato cantautore, non più solo un musicista. Ho avuto modo di affrontare tante sfaccettature e di conoscere tanti mondi della solidarietà. Sono diventato testimonial Avis, ho partecipato a tante iniziative per i diversamente abili anche con l’Aida onlus, sono stato in Africa per realizzare vari progetti. Collaboro con la Casa Famiglia “Peter Pan” di Roma. Ogni anno con la Nazionale cantanti abbiamo diversi appuntamenti per raccogliere fondi. Mi piace molto fare tutte queste cose perché, come dicevo prima la solidarietà è questo: fare qualcosa per gli altri che riempia anche la tua persona.

Questa energia che ti torna indietro la ritroviamo nelle tue canzoni?

Certamente. Queste sono le esperienze che mi emozionano di più. Le mie canzoni rappresentano la mia vita, con le mie esperienze e con le mie emozioni.

C’è una canzone, in particolare, che rappresenta tutto questo?

Ne ho scritte diverse, ma “Cuore onesto” è quella che racchiude tutto. Il ritornello, infatti, dice: “Ho capito almeno questo che dentro a un cuore onesto per la gioia c'è più posto”. Il messaggio è chiaro: più si fanno delle cose giuste, oneste e più la vita ti restituisce gioia. A volte ci si interroga su quello che si fa, si passa quasi da stupidi confrontandosi con altri che vivono solo per sé stessi, anche facendo i furbi. In realtà le furbizie hanno vita breve, perché nella vita tutto ritorna indietro.

Quali di queste esperienze ti hanno colpito di più?

Ho fatto tre viaggi con la Onlus “Buona Nascita” per progetti legati alla malnutrizione dei bambini nel Benin, uno degli stati africani più poveri ai confini con la Nigeria. Lì ho visto le condizioni di vita primitive di queste persone e la cosa mi ha segnato profondamente. Spesso non ci rendiamo conto delle fortune che abbiamo: acqua corrente, luce elettrica, trasporti, telefonini e così via. Cose per noi normali, ma che per chi abita in quei posti sono ancora impensabili.

Questo impegno per chi è in difficoltà lo trasmetti nelle canzoni, il tuo pubblico lo apprezza?

Il pubblico apprezza, ma non bisogna esagerare. Il concerto è anche un momento di svago, di leggerezza. La musica rappresenta tante cose e un certo tipo di messaggio sociale può essere veicolato e viene recepito se si riesce a offrire il giusto mix. Sette anni fa ho tradotto una mia canzone in lingua Lis e durante i concerti insegno al pubblico alcune parole, per far capire che esistono persone che hanno disabilità uditiva. È un modo per far riflettere sulle difficoltà che può avere anche la persona che ci è accanto.

Come dicevi prima fai parte della Nazionale cantanti: qual è l’approccio dei tuoi colleghi alla solidarietà?

Chi viene nella Nazionale cantanti ha uno spirito di grande solidarietà. Oltre alla “Partita del cuore”, trasmessa in tv e che tutti conoscono, ci sono almeno altre cinque o sei manifestazioni in giro per l’Italia. L’anno scorso, per esempio, siamo andati a Fano per raccoglier fondi per l’ospedale. Per promuovere queste iniziative noi della Nazionale cantanti, nelle settimane precedenti, siamo impegnati in conferenze stampa e nelle scuole. Se non ci credi le persone lo percepiscono e, quindi, chi viene nella Nazionale cantanti e ci resta ha lo spirito giusto. Qualcuno ha partecipato un paio di volte alle nostre iniziative, poi ha capito che non era in sintonia e se ne è allontanato. È giusto così, non voglio assolutamente con questo colpevolizzare nessuno. È una questione di cuore…

La pandemia di Covid 19 ha cambiato la vita di miliardi di persone, impaurite e in alcuni casi terrorizzate dal virus. Tu che ha conosciuto situazioni di estrema precarietà, nelle quali il valore della vita è davvero legato a un filo, come ha reagito?

Non sono un esperto e non voglio farlo. Però faccio una considerazione che mi viene dalle mie esperienze: sappiamo ammalarci da soli, non prendendoci cura di noi e conducendo una vita molto stressata che ci fa venire molte malattie. Sulla vicenda Covid mi sono posto una domanda: come mai l’epidemia non si è diffusa, per fortuna, in Africa? Secondo alcuni esperti sarebbe il caldo ad evitare che il virus si riproduca. Io penso che in Africa non usando medicine, perché non ne hanno, tendenzialmente sviluppano degli anticorpi più forti dei nostri. Il nostro organismo ormai è impigrito e facciamo di tutto perché non reagisca naturalmente: appena fa un po’ freddo facciamo partire il riscaldamento, d’estate usiamo l’aria condizionata. Indeboliamo il nostro organismo e appena c’è una influenza più potente, come questa, andiamo in tilt. Non è un caso che, come sembra, una delle terapie più efficaci sia quella legata al plasma e non alle medicine. Per me quindi è importante ritornare a prendersi cura del nostro corpo, tenendolo allenato e alimentato bene. Ma, soprattutto, alleniamo la mente che contribuisce, quando è scarica da stress, a fornire energia e anticorpi al nostro organismo.

Torniamo, quindi, al Dna e al tuo disco “Il mistero del Dna”.

È il mistero del mondo. È bello sapere che ognuno di noi ha quella di strisciolina di Dna che ci rende diversi uni dagli altri. Siamo simili, ma diversi.

Tu sei emiliano e nella tua terra il senso di dare una mano agli altri è una caratteristica. Beppe Carletti e i Nomadi sono un altro esempio di solidarietà con l’associazione “Crescerai”. Qual è il segreto?

Sono molto amico dei Nomadi. L’Emilia Romagna, non a caso, è la terra delle cooperative e non ne faccio un discorso politico. Noi siamo abituati a cooperare, a fare squadra, a rimboccarci le maniche per superare le difficoltà senza lamentarci. Nascendo in questi posti pensavo che aiutarsi gli uni con gli altri fosse la normalità. Invece, girando l’Italia, mi sono reso conto che è una tipicità solo di alcuni posti. Io sono così perché me l’hanno trasferito i miei genitori, gli amici e le persone del mio paese.

 

 

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