La vita di Astutillo Malgioglio: dalla serie A al campionato più importante della sua vita

Categoria: articoli Creato: Martedì, 08 Settembre 2020 Pubblicato: Martedì, 08 Settembre 2020 Email

 

La vita di Astutillo Malgioglio: dalla serie A  al campionato più importante della sua vita

 

«L’amore che ricevo dai disabili  è più potente di un calcio di rigore»

«Carmen, Alberto, Ester, Rosy, Massimo, Gabriele, Gianni e tanti altri ancora. Sono i miei ragazzi, quelli che mi hanno dato tanto rispetto a quel poco che ho potuto fare e faccio per loro. Purtroppo alcuni non ci sono più. Ricevo talmente tanto e penso anche di non essere meritevole. Non posso essere neanche orgoglioso e pieno di me stesso, chiedo sempre a Dio di essere l’ultimo e di lottare per rimanere sempre ultimo». A parlare così è Astutillo Malgioglio, un passato da calciatore, ma una vita impegnata (43 anni) a dare una mano a chi ha bisogno, soprattutto ai disabili. Lui, con quel nome particolare, negli anni 80 era molto popolare tra i tifosi e i ragazzini che collezionavano le figurine Panini. Un nome che non si dimentica, così come la sua faccia sorridente, accompagnata da due baffoni e un fisico statuario. Cresciuto nelle giovanili della Cremonese, passò al Bologna e si affermò nel Brescia dove fu promosso in serie A con la stessa squadra lombarda nel 1980. Nella sfortunata stagione successiva, il Brescia retrocesse. Tra il 1979 e il 1980 è stato convocato da Azeglio Vicini nella Nazionale di calcio dell’Italia Under-21 e ha partecipato al Campionato europeo di calcio Under-21 del 1980. Nell’82 a Pistoia e nell’estate ’83 a Roma. Nella formazione di Eriksson, Malgioglio trovò poco spazio, ma persino peggio gli andò con la Lazio, l’anno dopo. Aveva deciso di ritirarsi, ma Trapattoni lo richiamò all’Inter nel 1986. Cinque anni magnifici, uno scudetto e una coppa Uefa, da secondo a Walter Zenga, nell’Inter dei record con Matthäus, Beppe Bergomi, Aldo Serena, Andreas Brehme e Riccardo Ferri. Ma anche quella di Alberto Rivolta, lo sfortunato calciatore affetto da ependimoma midollare, un tumore rarissimo del sistema nervoso centrale che lo ha portato alla morte il 3 novembre del 2019. Quel giorno a salutarlo c’erano moltissimi suoi ex compagni, tra tutti Astutillo Malgioglio che gli è stato vicino fino alla fine, come aveva ricordato lo stesso Rivolta in un’intervista a Fanpage.it un mese prima di morire: “Pensi, qualche giorno fa è venuto Baresi. Malgioglio passa tutte le settimane. E poi Riccardo Ferri, Ciocci, insomma gli amici non mi hanno dimenticato. Poi è venuto anche Patrizio Sala, non me lo sarei mai aspettato”. Sì, lui ci andava ogni settimana, Alberto era uno dei suoi ragazzi, faceva parte della sua famiglia, quella nata nel 1977, quando decise si fondare l’associazione “Era 77”.

 

Che cosa è stata “Era77” e come è nata?

Si chiama così perché sono le iniziali dei nomi di mia figlia (Elena), mia moglie (Raffaella) e mio (Astutillo) ed è successo tutto nel 1977: mi sono sposato, è nata mia figlia così come l’associazione. Penso che ci sia una predisposizione a che certe cose accadano, che scocchi la scintilla. Ho incontrato la persona giusta, mia moglie, ma quando ci siamo conosciuti non pensavamo di far qualcosa per i disabili. Avevamo dentro di noi una spinta a voler aiutare gli altri. Questo sì.

 

Un’idea che è diventata realtà.

Abbiamo incontrato il mondo della disabilità e da lì è partito tutto. Io allora giocavo a Brescia e mia moglie studiava all’Isef. Abbiamo conosciuto una persona che le ha offerto l’opportunità di insegnare in una classe di oltre 30 disabili. E poi abbiamo cominciato a lavorare e a impegnarci per aiutare questi ragazzi. Abbiamo preso un nostro locale a Piacenza con una palestra ed è partita l’associazione “Era77” con una palestra che ha funzionato fino al 1995. La nostra idea era quella di mettere a disposizione dei ragazzi strutture e assistenza gratuitamente. Da subito abbiamo pensato di non fare semplicemente volontariato, ma iniziare un percorso nostro, utilizzando metodologie scientifiche sulla cura dei bambini con lesioni celebrali.

 

E tua figlia vi ha seguito in questa vostra attività?

Sin da piccola era in palestra, ha sempre avuto una ottima predisposizione verso i nostri ragazzi. Ora si è sposata, ma se qualcuno ha bisogno non si tira indietro e continua a darsi da fare per aiutare gli altri.

 

In quegli anni tu però eri in giro per l’Italia a giocare a calcio.

Sì, ma in ogni città dove ho giocato (Brescia, Pistoia Roma) abbiamo sempre continuato a fare assistenza. Ci conoscevano e con il passaparola i ragazzi chiedevano di essere assistiti. Quando sono andato a giocare all’Inter ci siamo concentrati sul nostro centro di Piacenza.

 

E dopo il 1995 che cosa è successo?

Io avevo smesso di giocare e abbiamo deciso di continuare assistenza ai ragazzi disabili a domicilio. Mia moglie Raffaella dopo il diploma Isef si è specializzata in psicomotricità con i bambini disabili e io sono diventato assistente all’infanzia da zero a tre anni. Una attività che continuiamo ancora a fare. Certo quando si fa assistenza domiciliare non si possono avere troppe persone da seguire, perché è complicato. Fino a poco tempo fa seguivamo sei persone, purtroppo due sono morte l’anno scorso, e ora sono quattro. Essendo malati gravi, lungo il cammino qualcuno ci lascia.

 

C’è una persona o un episodio che ti porti nel cuore?

Ho avuto talmente tanto dagli altri che mi sento appagato. Mi considero una persona fortunata, una tra le più fortunata al mondo. Tutti i ragazzi mi hanno colpito e mi sono rimasti dentro. Se proprio devo indicarne uno mi fa piacere ricordare Massimo che purtroppo non c’è più. Quando è morto aveva 14 anni era malato di distrofia muscolare grave. La cosa che mi colpiva di lui è che tutti i giorni dava forza alle persone che gli stavano vicino, a partire dai suoi genitori. Era incredibile. Sapeva che a qualcuno piaceva il ciclismo, per esempio, e lui si studiava tutto sull’argomento per poi parlarne e coinvolgere la persona. E così per le cose che potessero interessare i suoi amici. Faceva tutto per gli altri. Si donava completamente.

 

L’essere cattolico ha giocato un ruolo in questo tuo percorso?

La fede in Dio è stata determinate. Penso che quando sei strumento di Dio ti muovi in un certo modo nella tua vita e se non hai amore per gli altri, così come loro te ne danno non ti senti libero e realizzato. Io mi sento proprio appagato, libero e a disposizione degli altri.

 

Che cosa è stato invece il calcio per te

Quando ero ragazzo, essendo nato in un quartiere popolare, era tutto: divertimento, aggregazione, amicizia. Non avevamo nulla e per noi era fondamentale. Poi ho iniziato a giocare nei settori giovanili, mi divertivo tanto. Diventato professionista le cose si sono complicate, cominciavo a sentirmi limitato. Non vedevo più lo sport come divertimento, ma in quell’ambiente i valori erano diversi: la notorietà, i soldi e il lusso. Tutte cose che nulla hanno a che fare con il gioco e il divertimento.

 

Quando giocavi eri considerato una persona particolare, oggi una persona speciale. Tu come ti sentivi allora e come ti senti oggi?

Quando ero nel mondo del calcio specialmente per i dirigenti e per alcuni allenatori ero un problema da gestire e sopportare. Mi sono sempre impegnato, mi allenavo seriamente, non ho mai saltato un allenamento. In quel mondo le persone sono poco considerate, si punta tutto sull’aspetto tecnico e dei risultati. Quando tutto va bene sei considerato e anche osannato, poi nei periodi di flessione vengono fuori i problemi.

 

Hai avuto tanti allenatori, chi ha capito l’uomo Astutillo Malgioglio?

Uno solo: Giovanni Trapattoni. Non c’era bisogno di parlarsi, bastava uno sguardo. Io per lui ero indispensabile in quell’Inter che, sotto la sua guida, vinse lo scudetto nel 1989 e la Coppa Uefa nel 1991. Qualcuno può pensare che Trapattoni fosse impazzito, ma era proprio così. Mi stimava come portiere, altrimenti non sarei potuto stare in quella squadra di campioni, ma ero determinante sia all’interno dello spogliatoio sia per lui. Penso che quello che mi ha dato Trapattoni in quei cinque anni sia stato davvero tanto. Se sono riuscito a sopravvivere ancora nel mondo del calcio è stato proprio grazie a lui. Dopo l’episodio della Lazio volevo mollare tutto.

 

Ecco, parliamo di quella domenica 9 marzo 1986 allo stadio Olimpico. Vieni contestato dai tifosi della Lazio che ti ritengono colpevole della sconfitta e insultano te, la tua famiglia e il tuo impegno per i disabili. Ti togli la maglia, ci sputi sopra, la getti a terra e la calpesti. Un gesto che nessuno si aspettava da un uomo buono e mite come te.

Una bruttissima giornata per me. Ho sbagliato, ho fatto un gravissimo errore, ne risponderò a Dio. Purtroppo è successo. Non ce la facevo più, avevo addosso una pressione incredibile. Volevo mollare tutto. Per fortuna è arrivato Trapattoni…

 

Quando eri all’Inter tra i tuoi compagni c’era Jürgen Klinsmann che un giorno, dopo l’allenamento, è voluto venire con te a Piacenza a conoscere i ragazzi di “Era77”.

Klinsmann è stato fortunato a incontrare i miei ragazzi. Sono contento per lui. La cosa importante, come ho cercato di spiegare più volte, non è stata la donazione di 70 milioni che ha fatto all’Associazione, ma quello che ha ricevuto lui. Un’esperienza che lo ha cambiato soprattutto come uomo. All’epoca io giocavo, quei soldi non mi cambiavano la vita. Mi fa piacere per lui che si sia saputo della sua generosità, così la gente lo ha apprezzato anche fuori dal campo.

 

Sei rimasto in contatto con lui?

Da quando ho smesso, nel 1993, l’ho sentito tre volte. L’ultima volta che è venuto in Italia mi ha chiamato. Ma ripeto, sono contento per il suo cambiamento come uomo e mi fa piacere che in questa “conversione” io abbia giocato un piccolo ruolo.

 

E con gli altri tuoi compagni di squadra?

Quando c’era a Piacenza il centro “Era77”, alcuni sono venuti a visitarlo. Nei miei cinque anni all’Inter saranno venuti due o tre volte. Il povero Enrico Cucchi (morto nel 1996 per un melanoma) era una persona straordinaria, molto ben disposta moralmente. Purtroppo è mancato troppo giovane. Ultimamente mi chiama Riccardo Ferri. Non parliamo di calcio, ma di altre cose. Evidentemente ne sente il bisogno e trova in me la persona giusta con cui parlare e la cosa mi fa piacere.

Il calcio lo segui ancora?

Guardo le partite in tv, perché è uno sport che mi piace tantissimo. Tempo fa ero stato contattato per conoscere la mia opinione sulla vicenda del taglio degli stipendi dei calciatori in questo periodo. Per me non sono giudicabili, anche perché se il problema viene fuori in un momento di emergenza come questo, significa che c’era qualcosa che non funzionava già da prima. Se i calciatori sono arrivati a guadagnare certe cifre vuol dire che si è sbagliato prima. Se Messi o Ronaldo hanno ingaggi milionari la colpa non è loro, ma di tutto il sistema calcio che al di là del loro talento calcistico ha costruito un business moralmente discutibile.

 

La pandemia di Covid 19 ha cambiato la vita di miliardi di persone, impaurite e in alcuni casi terrorizzate dal virus. Sei ottimista per il futuro?

Una delle cose che mi ha colpito guardando le statistiche delle vittime è che non si parla mai di disabili. Dopo tutti questi anni di lavoro con queste persone mi sono reso conto che spesso i disabili sono percepiti come un peso e ora ancora di più il valore della loro vita è poco considerato, quando si pensa a loro la morte è già scontata. Al di là dell’aspetto sanitario, con questa emergenza la situazione delle persone che hanno bisogno è peggiorata ancora di più. Posso immaginare come stanno vivendo queste persone, ma viverla sulla propria pelle è tutta un’altra storia. A questi si aggiungono quelli che non sono mai stati in difficoltà. Anche per loro, quindi, è diventato fondamentale sopravvivere. In questi casi purtroppo, come ha avvertito anche il Papa, c’è il timore e il rischio che possa subentrare l’egoismo. Spero che le cose possano cambiare, di persone buone ce ne sono tante e la salvezza del mondo e dell’umanità si basa su quelli che danno anche la loro vita per gli altri.

 malgioglio

Visite: 134

Facebook