Marco Leonardi: «La mia anima calabrese ha bisogno di donare»

Categoria: articoli Creato: Venerdì, 25 Settembre 2020 Pubblicato: Venerdì, 25 Settembre 2020 Email

L’interprete di tanti bellissimi film racconta le sue emozioni e le sue esperienze

Marco Leonardi: «La mia anima calabrese ha bisogno di donare»

Tra Africo e Locri ci sono meno di 25 chilometri. Per Marco Leonardi girare “Aspromonte la Terra degli Ultimi” di Mimmo Calopresti è stato una sorta di ritorno alle origini. Lui è nato in Australia, ma suo padre era di Locri e quella parte della Calabria gli scorre nelle vene. Quando gli propongono dei film sulla sua terra non si tira mai indietro. Come è successo con “Anime nere”, il bellissimo e pluripremiato film del 2014 diretto da Francesco Muzi che, tratto dall’omonimo romanzo di Gioacchino Criaco, racconta sempre di Aspromonte. Marco Leonardi ha iniziato molto presto a fare cinema, aveva 15 anni quando ha preso parte al film “La sposa era bellissima”. L’anno della sua consacrazione è sicuramente il 1988, quando Giuseppe Tornatore lo chiama per “Nuovo Cinema Paradiso”, premiato con l’Oscar. Poi arriva “Come l’acqua per il cioccolato” di Alfonso Arau, “Scugnizzi” di Nanni Loy. Nello stesso anno è protagonista del film “Ciao mà”, che racconta la storia di un concerto romano di Vasco Rossi. Poi tanti successi sia televisivi che al cinema. Da ricordare la sua bella interpretazione di Diego Armando Maradona nel film “Maradona – La mano de Dios” di Marco Risi e nella fiction “Il capo dei capi”, ma anche “La sindrome di Sthendal” con la regia di Dario Argento. Una filmografia lunghissima a dimostrazione della sua poliedricità: “La sindrome di Stendhal” con la regia di Dario Argento, “I cavalieri che fecero l’impresa” di Pupi Avati, “C’era una volta il Messico” di Robert Rodriguez, “Mary” di Abel Ferrara, “Ustica” di Sergio Martinelli, “Tutti i soldi del mondo” con la regia di Ridley Scott, “Martin Eden” di Pietro Marcello e tanti altri ancora. Senza dimenticare la lista infinita di fiction televisive alle quali Marco ha dato un contributo fondamentale per diventare dei successi.

La Calabria fa parte di te e della tua vita. Parliamo però di una terra difficile che avrebbe bisogno di solidarietà.

Probabilmente sì. Non abitandoci, la vivo in modo diverso e tutte queste difficoltà le percepisco da lontano. Per me rappresenta le mie origini, l’orgoglio di un bagaglio personale che ho accumulato, vivendo da ragazzo per tre mesi all’anno nella Locride. Non bisogna, ovviamente, nascondere quella parte negativa della Calabria, raccontata benissimo in “Anime nere”, ma non dimentichiamoci della bellezza e della ricchezza di questa terra e dei suoi figli sparsi in tutto il mondo, che le danno lustro con il loro lavoro e la loro professionalità. Ho vissuto negli Stati Uniti, da anni abito a Roma, ma la mia casa è la Calabria, non so spiegare che cosa mi succeda: ma quando torno nella Locride c’è un’alchimia particolare che mi rigenera. Ho incontrato calabresi in tutte le parti del mondo in cui sono stato e quando succede scatta subito un’empatia incredibile.

 

Come la maggior parte dei calabresi sei un generoso e, nonostante, i tuoi impegni sei sempre disponibile a collaborare a manifestazioni di solidarietà.

Lo faccio sempre con piacere, anche se un po’ sono in difficoltà, perché vorrei evitare di mettermi in mostra. Nel quotidiano, dove posso, sono sempre presente nei limiti del possibile. Io credo molto al contatto con le persone, non si può negare un sorriso, una mano, un aiuto. Non mi interessa il colore, la provenienza. Sono attratto dalla persona, dal suo spirito: il resto non mi interessa. Ovviamente si capisce al volo chi non merita e può essere italiano o straniero…

 

Per te è più un ricevere o più un dare?

Grazie all’esperienza dei miei quasi 49 anni ho capito che proprio mentre si dà si riceve. Quando io do, non mi aspetto che qualcuno mi dia qualcosa in cambio. Io sono già appagato, è qualcosa che mi fa stare bene, mi dà anche un bell’equilibrio emotivo, non mi interessa se una persona cambia il suo atteggiamento.

In tutti questi anni c’è stato un episodio che ti ha colpito particolarmente o una persona che ti porti nel cuore?

Mi è capitato qualche volta. Ricordo che durante le riprese del film di Robert Rodriguez “C’era una volta il Messico”, uno degli elettricisti mi raccontò che aveva un figlio in carcere per una rissa. Gli diedi mille dollari per pagare un avvocato, lui mi ringraziò in lacrime e dopo una settimana la moglie andò a colloquio e il figlio mi mandò un lavoretto con il legno che aveva fatto. Mi piace ricordare anche un altro episodio: avevo 18 anni ed ero a Città del Messico per “Come l’acqua per il cioccolato”. Lì ci sono in strada tanti bambini che chiedono soldi, ero in un ristorante, ne ho chiamati alcuni, li ho fatti sedere al tavolo con me. Mi aveva dato fastidio come venivano trattati dal personale del ristorante e ho voluto fare un gesto di attenzione nei loro confronti. Hanno mangiato la carne insieme a me e sono stato felice. Credo che la vita sia una catena e domani, magari, ci sarà qualcun altro disponibile a dare una mano e così via.

 

La pandemia di Covid 19 ha cambiato la vita di miliardi di persone, impaurite e in alcuni casi terrorizzate dal virus. Questa difficile esperienza, secondo te, ci ha migliorati?

Non è questo periodo a fermare coloro che non sono abituati a fare qualcosa di sano e fare del bene verso il prossimo. Con questo ti sto dicendo che tanti continueranno la loro vita, non interessandosi agli altri, anzi ne approfitteranno. Alcuni si impegneranno ancora di più: è sempre un discorso di anima. Per quanto mi riguarda ritengo che la parte spirituale va alimentata con le azioni giuste. Io continuo così e sono felice di fare questa scelta di vita. Purtroppo siamo cresciuti in una società caratterizzata dall’egoismo e lo sforzo sta proprio nel fare qualcosa per gli altri, che arricchisce sempre anche se stessi. La domanda che dovremmo farci tutti è: cosa ti rende più felice? Se io dovessi compiere delle azioni come quelle che quotidianamente vedo fare in giro, mi sentirei sporco, triste. Questa corsa per essere i numeri uno, raggiungere una posizione, arricchirsi, non mi rende felice. Devo essere me stesso e trovare la mia identità. Nel mondo dello spettacolo, per esempio, capita di dimenticarsi tutto questo. Abbiamo la fortuna di fare un mestiere particolare, bello e non ripetitivo e dovremmo aver sviluppato una sensibilità verso certe tematiche.

A proposito del tuo lavoro che cosa ha in cantiere Marco Leonardi?

Devo finire un film di Goutam Ghose, un regista indiano con una poetica che ricorda Roberto Rossellini, sui danni ecologici delle tante dighe costruite in India e dei problemi legati ai finanziamenti concessi dai colossi americani. Devo girare anche il mio primo film di azione con un regista francese, nel quale sono coprotagonista e unico attore italiano come nella pellicola indiana. Questo sapore internazionale mi fa stare bene, mi rende felice. Parliamo di progetti per il momento, Covid permettendo…

E intanto?

Mi dedico ai miei figli: Sofia di 15 anni e Francesco di 14. Hanno un’età particolare e io non sono un genitore che dà e basta, spesso tolgo. Mi piacciono i no, far conquistare loro con fatica le cose, farli abituare alle difficoltà della vita.

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