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Antonella Naso ha fondato l’Associazione “Teodoro Naso-Tango November” con la quale organizza incontri e convegni con campioni paralimpici

Categoria: articoli Creato: Sabato, 29 Agosto 2020 Pubblicato: Sabato, 29 Agosto 2020

 

Antonella Naso ha fondato l’Associazione “Teodoro Naso-Tango November” con la quale organizza incontri e convegni con campioni paralimpici

«La morte di mio fratello, 

la tragedia che mi ha cambiato la vita»

Un evento tragico cambia la vita. Alcuni si chiudono in sé stessi e, spesso, cadono in depressione. Altri, invece, reagiscono e mettono al servizio del prossimo la propria esperienza e la loro determinazione per evitare che possano ripetersi avvenimenti tragici come quelli che li hanno interessati. È il caso di  Naso, Antonellasorella di Teodoro, un giovane vittima di un terribile incidente che lo ha portato via ai suoi affetti a 30 anni. Per Antonella solidarietà significa «cambiare prospettiva con la quale vedere la vita, incontrare l’altro per arricchirsi reciprocamente, senza perseguire interessi egoistici o utilitaristici, vuol dire sentirsi felici nell’aver fatto stare bene chi ti sta vicino o anche lontano».

E così per lei l’impegno nel sociale prima sporadico «È divenuto il mio nuovo orizzonte da quando, con la mia famiglia, abbiamo fondato l’associazione “Teodoro Naso-Tango November”, in occasione del terribile incidente di cui è stato vittima innocente mio fratello Teodoro, deceduto all’età di 30 anni. Da allora il suo diritto alla vita è stato negato, ma anche la mia esistenza e quella dei miei familiari è sprofondata nel dolore e nella disperazione. In nome di Teodoro ci siamo impegnati a lottare per sensibilizzare e responsabilizzare in merito alla sicurezza stradale per scuotere le coscienze e migliorare la strada sulla quale rischia di interrompersi la vita di chi la percorre».

Con l’associazione “Teodoro Naso-Tango November” Antonella ha organizzato e partecipato a tanti incontri e convegni con campioni paralimpici «che hanno lasciato a tutti noi insegnamenti di vita, o anche in auditorium con centinaia di giovani che hanno ascoltato la storia di Teodoro e la nostra in assoluto silenzio, colpiti dalla durezza della realtà, ma anche dal coraggio di continuare a far sentire la nostra voce per tenere in vita Teodoro e stimolare la riflessione e il cambiamento». Un episodio in particolare si porta dentro: «Non dimenticherò le lacrime di un ragazzo il quale, rimasto paralizzato a seguito di un incidente stradale, ci ha espresso la sua emozione nel ricevere, dall’associazione a nome di Teodoro, una sedia a rotelle con strumentazione meccanica per consentirgli di salire a casa sua, al primo piano». 

È molto intensa anche la collaborazione con altre associazioni che si interessano di persone disabili come «l’AIDA onlus, la Di.Di. Diversamente Disabili, gli Amici del Lupo e altre associazioni per attività finalizzate alla solidarietà e alla sensibilizzazione rispetto alla sicurezza stradale, alla disabilità, alla mototerapia».

Per Antonella Naso donare è «un atto d’amore e mi fa sentire utile, capace di dare una mano a chi la tende in cerca di aiuto, spingere a riflettere per interiorizzare il cambiamento… o non ci sarà futuro. Dal momento che l’esistenza ci pone a confronto con numerose situazioni e di fronte a molte altre vite, le quali seguono strade che incrociano la nostra, o lo faranno, non ha senso chiudersi in un inutile egoismo sterile. L’alterità è parte di noi, perciò considero una ricchezza unica e originale la completezza che mi dona chi incontro». Antonella Naso vuole chiudere questa chiacchierata dando un consiglio a chi intende avvicinarsi al mondo del volontariato: «Inizierà un iter lungo per il quale si sentirà appagato nel rendere felici gli altri, anche in maniera silente e non visibile. Acquisirà un senso nuovo la vita e sarà vissuta pienamente…L’altro è parte di noi».

Vicky Iannacone: Solamente aiutando il prossimo conoscerai la vera felicità»

Categoria: articoli Creato: Lunedì, 24 Agosto 2020 Pubblicato: Lunedì, 24 Agosto 2020

La cantautrice Vicky Iannacone è impegnata nel sociale ed è testimonial
della Onlus “Bon’t worry” che lotta contro la violenza di genere


«Solamente aiutando il prossimo
conoscerai la vera felicità»


Vicky Iannacone, originaria di Torella del Sannio (Campobasso), è una cantautrice che si sta facendo strada, grazie alla voce che lascia il segno e ai testi diretti. Ha un ottimo rapporto con un artista sensibile come Paolo Vallesi e vanta collaborazioni, tra gli altri, con Toto Cutugno e Gatto Panceri. “Fuori dagli skemi” del 2019 ha avuto più di trentamila visualizzazioni su Youtube. Ha scritto il brano “Cosa non ti torna (fai la differenza)”, per contribuire a sostenere la sua regione, il Molise, in questo momento molto particolare. Con i colleghi Antonella Biondo, Vanessa Grey, Alfio Consoli, Angela Tesone, Irene gentile, Alessio White Bear, Roby Cantafio, Isabella Biffi, e il kazako Nurusultan Abdrakhimov, i musicisti: Antonio Allegro (chitarre), Paolo Grillo (basso e batteria) i bambini Paolo e Sofia. Il videoclip è stato realizzato a Diamante, in provincia di Cosenza, da Katia Grosso, fotografa e videomaker ed è stato messo su YouTube, inserendo il codice Iban dell’Ordine dei medici del Molise per acquistare il materiale necessario per l’emergenza Covid-19.

Ci spieghi come è nata l’idea?


L’idea è nata durante i giorni di quarantena, ma non l'avevo pianificata. Ho scritto questo brano per lanciare un messaggio cercando la positività in un momento molto particolare che si stava attraversando, da qui poi ho pensato in che modo potessi essere utile per aiutare in un momento così importante di emergenza, e ho deciso che con questo brano, in collaborazione con alcuni miei colleghi, si poteva contribuire al sostegno dei medici in prima linea della regione Molise. Allora abbiamo attivato una raccolta fondi che in qualche misura potesse sostenere il loro prezioso lavoro.

Con un video, con una canzone, si può fare molto, soprattutto a favore di chi è impegnato a difesa della salute di tutti.


Beh, immagino di sì. Le canzoni come i video sono mezzi di comunicazione molto importanti, perché in relazione al messaggio lanciato possono essere di grande aiuto. Si tratta comunque di condivisione, di offrire una parte di sé a quanti possano o vogliano attingerne.
Sei un’artista che, partita dagli studi della musica classica, ha fatto tanta gavetta, ottenendo riconoscimenti lusinghieri.

Il tuo primo singolo del 2014 “È colpa tua”, poi titoli come “Ansia” e “Al centro”. Un percorso che continua con grande impegno.


Certamente la formazione classica è lo zoccolo duro di tutto il mio percorso. Senza questo punto di partenza non avrei forse mai avuto quella certa consapevolezza necessaria per riconoscermi e seguire fino in fondo le mie inclinazioni. Infatti in generale la formazione è un passaggio che consiglio a chiunque voglia intraprendere qual si voglia carriera artistica, ché solo attraverso la disciplina e i buoni maestri si può individuare il vero sé e perseguirlo,

Con “Come fosse il primo giorno” affronti il tema della violenza sulle donne e sei diventata socia onoraria e testimonial con Francesco Coco della Onlus “Bon’t worry”per lottare insieme contro la violenza di genere.


Sono orgogliosa di questi riconoscimenti perché sottolineano la sensibilità e l'attenzione dimostrata nei confronti del mio impegno contro questa piaga. Siamo dentro una realtà divisa tra il matriarcato e il maschilismo, e dunque inevitabilmente il limite mentale estremo di chi considera la donna un oggetto o essere inferiore, in contrasto con  delle tradizioni familiari così forti, non può portare in modo spontaneo ad un riequilibrio dei ruoli e ad un rispetto della libertà di genere, ma è piuttosto necessario che le intelligenze di tutti si applichino per capire un concetto determinante quanto basilare e forse banale: nessuno appartiene a nessuno e, presa coscienza di questo, ognuno deve poter vivere libero e nel rispetto di tutti.

Cosa significa per te solidarietà?


Amarsi e amare. La vita non avrebbe senso se non ci fosse l'amore. Ma amare non è semplicemente un sentimento nutrito verso qualcuno o verso qualcosa, la differenza la fa il modo. Non basta amare, bisogna saper amare. E la solidarietà è una grande prova di amore.

C’è stato un momento della tua vita che ha significato una svolta?


Ce ne sono stati diversi, ma sicuramente diventare socia onoraria per la Bon’t worry contro la violenza di genere, è stata una cosa che mi ha dato tanto in termini di ritorno etico e morale. Una svolta interiore sicuramente, ma è da dentro che si innescano in grandi cambiamenti; è da dentro che si percepisce la vera libertà, soprattutto quella intellettuale.

Questa energia che ti torna indietro la ritroviamo anche nelle tue canzoni?


Sì, diciamo che nelle mie canzoni troviamo molte cose che riguardano l’energia che nel tempo e con l’esperienza ho acquisito. Un'energia sempre al servizio della musica e del bene comune.

C’è una canzone, in particolare, che rappresenta tutto questo?


Direi di sì: "Come fosse il primo giorno" e "Cosa non ti torna (fai la differenza)", proprio per il senso civico e sociale che nel mio piccolo ho tentato di trasmettere.

C’è stata un’esperienza che ti ha colpito di più?


Ogni esperienza è stata bella e a suo modo interessante e diversa, per cui ho sempre vissuto tutto con molto entusiasmo, ogni volta. Perché in ogni esperienza, finora, c'è sempre stato un riscontro umano importante, forse anche nel male (che non sempre viene per nuocere); e non c’è niente di più bello di sapere che in qualche modo, ogni volta, da qualche parte, sono entrata nella testa di qualcuno lasciandogli una suggestione su cui riflettere.

Come reagisce il suo pubblico davanti a questo suo impegno?


Il mio pubblico spero sia felice e che, quando ho un buon messaggio da trasmettere, si faccia, come dire, "condizionare" da quanto, umilmente ma in modo molto determinato, decido di offrire. Io, del resto, è dal mio pubblico, e dalla sua passione, per me che prendo esempio.


«Ho sogni duri come le rocce perché la vita non li possa distruggere» è una delle frasi che ti rappresentano?


Sì molto; è una frase che mi rispecchia perché io sono una persona, come dicevo, molto determinata. Molte volte, o forse sempre, nella vita si devono fare delle scelte, e inseguire un sogno non è sempre facile, allora bisogna essere forti, coraggiosi e determinati, solo così si potrà - scusa se mi autocito - "fare la differenza".

La storia di Francesco Comandè, atleta paralimpico, capitano del Santa Lucia Roma Basket in carrozzina e vicepresidente dell’AIDA onlus

Categoria: articoli Creato: Venerdì, 07 Agosto 2020 Pubblicato: Venerdì, 07 Agosto 2020

 

 

«Da disabile a supereoe grazie a un bambino»

«Impazzisco per i supereroi e oggi ne ho visto uno. Un giorno grazie a queste parole un bambino mi ha fatto dimenticare la mia disabilità». Francesco Comandè, atleta paralimpico, ha ben impresso nella mente quell’episodio che, grazie alla spontaneità di un bambino, restituisce il giusto rapporto che ci dovrebbe essere tra le persone. «Un giorno – ricorda Francesco Comandè – ero sulla pista d'atletica leggera e mi stavo preparando a indossare la protesi da corsa. Si avvicina un bambino e mi chiama con il nomignolo: Robocop. Fin qui, direte, tutto nella norma, invece no. Mentre stavo svolgendo l'allenamento, dall'altro lato della pista vedevo la mia protesi, che uso per camminare tutti i giorni, che si spostava avanti e indietro. Incuriosito mi sono avvicinato e ho chiesto al piccolo come mai era cosi attratto da quella gamba colorata, parcheggiata in panchina. Lui mi ha rivolto un sorriso splendido e mi ha risposto che gli piaceva perché impazziva per i supereroi e quel giorno ne aveva visto uno. Guardare quel sorriso e quella spontaneità di quel bambino quel giorno mi ha fatto dimenticare per quei pochi minuti la mia disabilità».

Francesco Comandè ha 32 anni, è un atleta paralimpico e da circa 20 convive con una disabilità. «A 10 anni - racconta - mentre giocavo a calcio in campagna con i miei fratelli per recuperare un pallone sono finito sotto un trattore che mi ha tranciato la gamba desta di netto». Da allora ha iniziato a offrire il suo aiuto nel sociale e grazie alla sua disabilità riesce a entrare subito in sintonia con gli altri che hanno bisogno del suo aiuto. Perché, come dice Francesco, «vivere una disabilità non significa che la tua vita si è bloccata quando è successo quel determinato evento. Significa, invece, avere la possibilità di scoprire nuove belle e avvolgenti realtà. Per me la solidarietà è una forma di aiuto che fa stare meglio le persone che ne hanno bisogno. Questo aiuto lo si dà in modo spontaneo, disinteressato e senza farlo pesare a chi lo riceve. Da quando ho intrapreso questo percorso nel sociale al servizio degli altri, la mia vita è cambiata e si è arricchita di tante cose belle. Aiutare chi ha bisogno penso che sia la cosa più bella che esiste, basta poco per rendere felice chi ne ha bisogno».

Francesco Comandé da 9 anni è impegnato con l'AIDA onlus, della quale è anche vicepresidente, ed è un atleta del Santa Lucia Roma Basket in carrozzina. Una passione nata per caso, ma che oggi lo ha preso completamente: «Mi trovavo a una premiazione al palazzo della Provincia a Reggio Calabria, dopo aver vinto il campionato di atletica leggera paralimpica sui 100mt, e li c’era un allenatore di una squadra di basket in carrozzina che mi ha chiesto di provare questo magnifico sport. Così è scoppiata la scintilla: un vero e proprio colpo di fulmine per questo sport. Da quando lo pratico non riesco a farne a meno, perché le emozioni che sprigiona questo sport in me sono indescrivibili».”

A chi vuole avvicinarsi al mondo della solidarietà lancia un messaggio: «È un cammino da intraprendere, perché è un mondo bellissimo e aiutare chi ha bisogno o chi convive con una disabilità e un gesto che può sembrare normale, ma nobilita e arricchisce la vita di chi lo riceve. Sono sicuro che un giorno, iniziando questa avventura nel sociale, non ve ne pentirete».comande1.jpg

L’attore Massimiliano Buzzanca ci racconta la sua idea di solidarietà

Categoria: articoli Creato: Mercoledì, 19 Agosto 2020 Pubblicato: Mercoledì, 19 Agosto 2020

L’attore Massimiliano Buzzanca ci racconta la sua idea di solidarietà

 

«La minoranza solidale è più forte della maggioranza egoista e chiassosa»

 

Buzzanca, basta la parola”, parafrasando una pubblicità del vecchio Carosello. E sì con Massimiliano Buzzanca si è immersi direttamente nel mondo dello spettacolo. E lui è una persona che non si tira mai indietro, nel suo sangue scorre l’arte di famiglia e la generosità del Sud.

Massimiliano Buzzanca e la solidarietà: quale scintilla è scattata?

Nessuna scintilla, credo che sia umano contribuire a dare una mano a chi sta peggio di noi, soprattutto se si fa un mestiere che amplifica ogni tuo piccolo gesto verso il mondo. Il nostro è un mestiere capace di smuovere le masse e anche di indirizzare le coscienze, quindi penso che sia anche nostra responsabilità dare segnali positivi di solidarietà e coscienza sociale e questo è qualcosa che mi è stato insegnato dai miei genitori.

C’è stato un episodio particolare della tua vita che ha fatto nascere questa voglia di impegnarsi per gli altri?

Avevo non più di otto anni, tornavo a casa con mio padre e mia madre e dentro il nostro portone, anzi proprio nel nostro sottoscala, abbiamo visto un uomo che dormiva accucciato sulle scale. All’inizio mi sono spaventato, mia madre voleva addirittura chiamare qualcuno per farlo mandare via, papà, invece, memore di quando nei primi anni a Roma soffriva la fame e faceva la stessa cosa, gli ha chiesto chi fosse, gli ha detto che per quella notte poteva continuare a dormire lì dentro al caldo e poi, se non ricordo male, gli ha dato dei soldi e siamo andati a casa. Il giorno dopo non c’era più.

Quando hai iniziato a interessarsi di chi ha bisogno?

Più o meno da sempre, te l’ho detto prima, ho avuto una famiglia che mi ha insegnato certi valori sociali, ad essere presente per gli altri e soprattutto a non essere egoista.

Sei sempre disponibile a partecipare a manifestazioni e spettacoli di beneficenza: è più un ricevere o più un dare?

Devo essere sincero, non è solamente per una questione di beneficienza, spesso mi diverto anche a partecipare a certe manifestazioni, soprattutto quando ci sono le partite di beneficienza di calcio. Sono un attore, se mi chiedi di esibirmi, mi rendi l’uomo più felice del mondo. Se poi lo faccio per una buona causa; c’è ancora un altro aspetto: il sorriso delle persone per cui ti esibisci o partecipi alle manifestazioni, è talmente avvolgente che è più un ricevere che un dare.

La pandemia di Covid 19 ha cambiato la vita di miliardi di persone, impaurite e in alcuni casi terrorizzate dal virus. Come l’hai vissuto e lo stai vivendo?

Come tanti, senza eccessive ansie e cercando di fare il mio per evitare che il contagio possa propagarsi. Poi ho cercato di non far pesare troppo né a Raffaella, né ai suoi ragazzi l’isolamento inventandomi ogni giorno qualcosa di nuovo da fare, anche se dopo un po’ le idee cominciavano a mancare.

Ci spieghi come è nata l’idea de "L'Estate di San Lorenzo"?

Non è un’idea mia, ma del regista Enrico Maria Falconi che ha scritto anche il testo. Durante il lockdown ha chiamato me e altri attori (Ester Botta, Stefano Scaramuzzino, Martina Valentini Marinaz, Claudio Scaramuzzino e Ramona Gargano) e ci ha chiesto la disponibilità per fare una serie di letture del testo, rigorosamente tramite una piattaforma tipo Skype. Abbiamo accettato e da lì è iniziata quest’avventura.

Una iniziativa nuova nel mondo dello spettacolo che sta avendo successo: come lo spieghi?

Con il desiderio di non fermarsi e di continuare a lavorare nonostante tutto. Inoltre c’è voglia di fare arte e soprattutto di vedere cose nuove.

Il mondo dello spettacolo è uno dei settori che ha maggiormente subito il lockdown: questa vostra idea trasforma tutti in protagonisti e il crowfunding li rende partecipi in prima persona.

In effetti è così, alla fine delle prove si ha anche il riscontro e il confronto diretto del pubblico e devo dire che sono anche dei critici competenti e utili per migliorare le nostre prestazioni e le interpretazioni.

Massimiliano Buzzanca è attore, regista e anche scrittore: che cosa rappresenta per te “Che cinema la vita”.

Un modo molto utile di esorcizzare alcune esperienze fatte nella mia vita, oltre che un goffo tentativo di raccontare la nascita di una storia d’amore. Ti confido un segreto, il primo capitolo l’ho scritto poche settimane dopo essermi messo insieme a Raffaella e sulla spinta emotiva dell’amore che stava nascendo per lei. Poi se leggi il libro il personaggio di “Ella” è presente e costante per tutta la storia, in pratica “Che Cinema è la Vita” è dedicato al mio amore per Raffaella.

E il domani di Massimiliano Buzzanca: sei ottimista sul dopo Covid?

Dal punto di vista lavorativo sono scettico, ci vorrà molto tempo prima che il nostro settore torni alla normalità, abbiamo accusato un duro colpo e quei pochi fortunati che già lavoravano tanto, continueranno a farlo e non avranno subito granché. Il problema grave è per quei tantissimi che già lavoravano poco prima, che rischiano di essere messi al tappeto.

Pensi che le persone dopo questa emergenza abbiano capito che essere meno egoisti può servire?

Vorrei essere ottimista, ma da quello che leggo nei social, purtroppo, la vedo male. L’essere umano è una razzaccia e, come ha scritto qualcuno molto più saggio di me, “la storia non ci insegna nulla”, continuiamo a fare sempre gli stessi errori, vale per le guerre e varrà anche per il post pandemia. Probabilmente ci saranno tante persone che saranno molto più sensibili e meno egoiste, ma solo perché era nella loro indole già prima del 4 marzo. È anche vero che la minoranza silenziosa, spesso e volentieri, può essere più rumorosa della maggioranza chiassosa, soprattutto se l’intenzione è quella di migliorare la razza umana.

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«Quando scendo in campo per l’Aida gioco sempre una partita bellissima>>

Categoria: articoli Creato: Mercoledì, 05 Agosto 2020 Pubblicato: Mercoledì, 05 Agosto 2020

Eugenio Lamanna è il testimonial della nostra associazione

«Quando scendo in campo per l’Aida gioco sempre una bellissima partita»

Una maglia di Eugenio Lamanna non manca mai quando si tratta di raccogliere dei fondi per una iniziativa di solidarietà. L’attuale portiere del Monza, costruito da Adriano Galliani, è ripartito dalla C, dopo le tante stagioni in A e in B con Genoa, Bari, Siena e La Spezia, conquistando la promozione in modo trionfale. In tutte le città dove ha giocato non ha mai fatto mancare il suo contributo. Lamanna è divenuto testimonial dell'Aida onlus facendo parte, quindi, degli amici dell'Unitalsi ed Unipromos che durante tutto l'anno sono impegnate nelle attività sociali.

Eugenio da quando e perché sei diventato così partecipe al mondo della solidarietà?

Cinque anni fa ho avuto modo di conoscere la Aida Onlus e il suo presidente e da lì è nato un bel rapporto che mi ha fatto molto avvicinare a tutti i progetti che porta avanti l’associazione. Si tratta di tante iniziative che realizzano ma, purtroppo, spesso è difficile dare loro il risalto che meritano. Farle conoscere, infatti, significa poter coinvolgere molte altre persone. Ho capito che il presidente della Aida Onlus, Nazareno Insardà, è una persona che crede davvero in quello che fa, si impegna per aiutare chi ha bisogno e ci mette tanta passione. E mi è sembrato giusto mettermi a disposizione.

Prima dell’Aida hai avuto altre occasioni per dare il tuo contributo per iniziative di solidarietà?

Per chi gioca a calcio e si trova a contatto in determinate situazioni, come il terremoto o altre tragedie, viene spontaneo impegnarsi e dare un contributo per le comunità per le quali la domenica si scende in campo. Altre volte ho avuto dei compagni, come Pavoletti a Genova, che mi hanno coinvolto. Con Pavoletti abbiamo dato una mano all’associazione “Dottor Sorriso”, mentre con altri abbiamo partecipato ad altre iniziative.

Nel mondo dello sport è abbastanza diffusa questa sensibilità a mettersi a disposizione di chi ha bisogno?

Senza dubbio. Sono tanti i ragazzi che si impegnano per aiutare le associazioni che organizzano attività e manifestazioni. Molti lo fanno, ma preferiscono non apparire. È abbastanza diffuso tra i calciatori, forse perché molti sono consapevoli della propria posizione e della possibilità che si ha nel riuscire a fare qualcosa anche con un piccolissimo gesto. Si mette cioè a disposizione degli altri la propria notorietà non per farsi conoscere, ma per aiutare. Insieme a tanti altri giocatori collaboro anche con la “Live Onlus”, con loro abbiamo molte iniziative, tra le quali alcune che abbiamo fatto dopo il terremoto in Emilia.

La tua permanenza a Genova è stata caratterizzata anche da un impegno sociale.

Sì, due anni fa avremmo dovuto fare una manifestazione per raccogliere dei fondi per le famiglie delle vittime e quelle sfollate in seguito al crollo del "Ponte Morandi". Poi ci sono stati dei problemi, mi ha fatto piacere, comunque, esser stato chiamato e ho contribuito insieme ad altri mettendo all’asta le nostre maglie.

Anche l’Associazione Gigi Ghirotti Onlus Genova ti ha visto al suo fianco.

Parliamo di una onlus che si occupa di assistenza socio-sanitaria di persone con malattie inguaribili che necessitano di cure palliative: a domicilio e in due hospice. Anche in quel caso ho donato la mia maglia blu goalkeeper dello Spezia Calcio del Campionato di Serie B 2018/19.

Hai incontrato e incontri tante persone che fanno parte di queste associazioni, qualcuno o qualche episodio ti ha colpito particolarmente?

Ho avuto la possibilità di visitare il reparto pediatrico del Gaslini di Genova e la passione di tutti gli operatori, ma soprattutto la forza dei bambini e delle loro famiglie sono difficili da dimenticare. Un’esperienza che mi è rimasta sicuramente nel cuore e che mi porto con me.

Sei rimasto in contatto con qualcuno?

Un ragazzo di Pisa mi aveva chiamato per segnalarmi il caso del piccolo Giacomo e siamo riusciti a sensibilizzare un po’ di persone per aiutarlo.

La pandemia ci ha fatto capire che ci si può privare di molte cose senza una particolare sofferenza. Ci sono state delle vere e proprie gare di solidarietà, ma sembra che, passata la paura, si sia tornati a essere più egoisti. Pensi che la situazione sia questa?

Spero che questa esperienza ci abbia fatto crescere. Ci sono persone che hanno perso dei cari, una tragedia dalla quale sono usciti malissimo. Chi ha ripreso le sue attività spero che lo stia facendo con uno spirito diverso, perché la pandemia possa aver portato un miglioramento all’interno di ognuno. L’emergenza Coronavirus ha sicuramente smosso le coscienze, facendo crescere la solidarietà. Per il futuro mi piace pensare in positivo.

Hai un rapporto particolare con la Calabria, sempre con l’AIDA hai partecipato alla raccolta fondi finalizzata al potenziamento della terapia intensiva dell’ospedale di Polistena in seguito all’emergenza Covid-19.

Sono nato a Como, ma la Calabria è la terra dei miei genitori e ci sono molto legato. Non riesco ad andare spesso a Laureana di Borrello, una cittadina in provincia di Reggio Calabria, per i miei impegni, ma quando ritorno è un posto familiare e ho tanti parenti. Per l’ospedale di Polistena sono arrivato in ritardo, ma ho voluto comunque dare il mio contributo.

Sarah Maestri, un’attrice di successo, al fianco di chi ha bisogno e con la sua vita, raccontata in “La bambina dei fiori di carta”

Categoria: articoli Creato: Lunedì, 17 Agosto 2020 Pubblicato: Lunedì, 17 Agosto 2020

Sarah Maestri, un’attrice di successo, al fianco di chi ha bisogno e con la sua vita, raccontata in “La bambina dei fiori di carta”

 «Solidarietà è vivere in unità, nessuno di noi è un'isola»

Ogni anno il suo volto semplice e tranquillo è una sorta di viatico per migliaia di maturandi. Sarah Maestri, infatti, presta il volto ad Alice Corradi in “Notte prima degli esami” e li accompagna nelle ultime ventiquattro ore di ansia e di tensione che li separano dagli esami di maturità. L’attrice, nata a Luino, è diventata popolare oltre che con il film di Fausto Brizzi e il suo sequel, anche per alcuni ruoli in soap di successo (“Vivere” e “CentoVetrine”, con il quale ha vinto nel 2003 la Telegrolla d’oro quale migliore attrice di soap opera) e nel cinema (“I cavalieri che fecero l’impresa” e “Il cuore altrove” di Pupi Avati e poi “Dietro il buio” di Giorgio Pressburger, “Il pretore” con la regia di Giulio Base, fino ai recenti “Come saltano i pesci” di Alessandro Valori, “Frontaliers disaster” di Alberto Meroni e “Succede” di Francesca Mazzoleni). Nel 2009 ha pubblicato il romanzo autobiografico “La bambina dei fiori di carta”, diventato anche uno spettacolo teatrale. Oltre a fiction, teatro, cinema e radio, è anche opinionista in trasmissioni calcistiche, tifosa del Milan e madrina del Varese.

Sarah Maestri è “La bambina dei fiori di carta”. A tre anni le diagnosticarono una grave patologia emolitica, con sospetta diagnosi di leucemia. Cosa significa crescere in un reparto di oncoematologia?

Come narrato nel mio romanzo, per assurdo, ho ricordi solo felici di quei momenti. Certo la biopsia ossea, le trasfusioni, le punture lombari, sternali, non erano piacevoli, come del resto quel sapore di morte che mi soffiava attorno, ma avevo la mamma con me. I suoi occhi pieni d'amore tutti per me, 24 ore su 24 hanno reso quei momenti comunque speciali. Veniamo al mondo per amare ed essere amati, ed io in quel momento ero davvero tanto amata.

 E infatti ce l’ha fatta: è arrivato il successo e tante soddisfazioni professionali. Un bel risultato.

Ho realizzato entrambi i miei sogni di bambina, quello di vivere e quello di recitare… Sì, un bel risultato!

 La malattia però continua ad accompagnarla: come la sta affrontando ora?

Con la consapevolezza di una persona adulta. Ho finalmente una diagnosi, una terapia e questo mi fa vivere serena. La fede mi ha insegnato a vivere il presente e, l’importanza delle cose, mi godo il momento certa che c'è qualcuno che mi ama al punto di dare la vita per me.

 Cimentarsi con questo tipo di difficoltà significa anche credere in qualcosa?

Non penso siano le difficoltà della vita a regalarti la fede, io ad esempio ho avuto il dono della conversione nel momento del successo dopo il film “Notte prima degli esami”.

 Perché la fede per lei è importante?

È faro di luce nell'oscurità del mondo, è conforto, guida sicura, ma soprattutto amore…, quando prego chiedo al Signore di donarmi ogni giorno la fede, spero di non perderla mai. La fede ti aiuta a vedere le cose sotto un punto di vista differente, se non avessi fede la vita sarebbe insopportabile.

 E la solidarietà che cosa significa?

Gesù ci ha donato un comandamento: amatevi gli uni con gli altri come io ho amato voi. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la propria vita per gli amici. Solidarietà è vivere in unità, nessuno di noi è un'isola, lo diceva anche Hemingway. Inoltre l'essere solidale è un dovere sancito anche nell'art. 2 della nostra Costituzione.

 Cosa spinge secondo lei le persone ad aiutare chi ha bisogno?

Dare è l'unico modo per raggiungere la persuasione, tutto dare senza nulla avere scriveva Carlo Michelstaedter, ed io la penso così. Poter dare significa ricevere il centuplo, anche la parola di Dio è chiara in tal senso: "Date e vi sarà dato: una misura buona, pigiata, colma e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con la quale misurate, sarà misurato a voi in cambio”.

 Lei è molto impegnata nel sociale, sia con l’associazionismo cattolico che con l’Avis, ma anche per i diritti dei bambini orfani nei paesi dell’Est, battendosi in prima linea a favore delle adozioni.

Mettere il proprio talento al servizio degli altri è il mio motto, ho ricevuto tanto ed è giusto e doveroso impegnarsi in favore degli altri. Inoltre nel dare ricevo il centuplo in gioia quindi assicuro che ne vale la pena.

 Lei è anche membro sia del Comitato Strategico del Fondo a contrasto della povertà educativa minorile in rappresentanza del Miur che della Commissione di beneficenza della Fondazione Cariplo: un impegno a 360 gradi.

Si è un vero onore per me. Dopo l'adozione di mia figlia e gli anni trascorsi in Bielorussia ho scoperto che oltre 1 milione e 300 mila bambini in Italia vivono in povertà assoluta. Un grido che non poteva restare inascoltato, il Fondo a contrasto della povertà educativa e fondazione Cariplo sono entrambe impegnate in prima linea per estirpare questa piaga sociale che ora, a causa del Covid purtroppo è dilagata ancora di più.

 La pandemia di Covid 19 ha cambiato la vita di miliardi di persone, pensa che ne usciremo migliorati? La solidarietà post Covid avrà un’evoluzione?

Gli italiani sono da sempre un popolo solidale, sono certa che anche in questa situazione sapranno dare il meglio di sé.

 E per la sua professione ci saranno dei cambiamenti?

Sicuramente il mondo dello spettacolo a causa del Covid è in forte crisi, i teatri chiusi e i set bloccati non ci permetteranno di lavorare ancora per un bel po', speriamo questa situazione possa risolversi il prima possibile.

 MAESTRI

Marco Ligabue: «Impegnarsi per gli altri è nel mio DNA da emiliano>>

Categoria: articoli Creato: Lunedì, 03 Agosto 2020 Pubblicato: Lunedì, 03 Agosto 2020

Il cantautore racconta le sue esperienze di solidarietà: dai bambini malnutriti del Benin alla Casa Famiglia “Peter Pan di Roma, dall’Aida Onlus alla Nazionale cantanti. Un vissuto che ritroviamo nei testi delle su canzoni

“Sono emiliano, cantautore e papà. Per gente emiliana come me aiutare, fare squadra, soprattutto nelle difficoltà, è qualcosa che ha a che fare col nostro DNA. Sono cantautore e dai grandi ho imparato che con le canzoni, oltre a divertire e a emozionare, puoi anche sensibilizzare. Sono papà e quindi lotto per un mondo migliore, non più solo per me ma anche per mia figlia. Questi motivi, insieme all’urgenza di situazioni sociali che ho incontrato nel mio percorso, mi hanno spinto a usare il microfono per progetti che vanno oltre i concerti e i dischi”. Questo è Marco Ligabue, nato a Correggio e fratello di uno dei miti del rock italiano: Luciano Ligabue. Marco si descrive nella homepage del suo sito e basterebbe questo per sintetizzare la vita dell’uomo, del musicista, del padre e della persona da sempre impegnata a dare una mano a chi ha bisogno.

Marco, cosa significa per te solidarietà?

È difficile da spiegare in poche parole, ma ci provo. È un dare che poi diventa anche un ricevere. È qualcosa che ho sempre avuto dentro da quando ero ragazzo. Con miei amici organizzavamo un concerto, una festa in piazza e per noi era normale portare i piccoli incassi di queste manifestazioni a qualche onlus o alla Croce Rossa del paese. Da allora ho sempre cercato di appoggiare questo tipo di iniziative sia attraverso la raccolta fondi sia interessandoci ai progetti, conoscendo meglio le dinamiche, le difficoltà e i problemi da risolvere.

C’è stato un momento della tua vita che ha significato una svolta?

Beh, direi da quando sono diventato cantautore, non più solo un musicista. Ho avuto modo di affrontare tante sfaccettature e di conoscere tanti mondi della solidarietà. Sono diventato testimonial Avis, ho partecipato a tante iniziative per i diversamente abili anche con l’Aida onlus, sono stato in Africa per realizzare vari progetti. Collaboro con la Casa Famiglia “Peter Pan” di Roma. Ogni anno con la Nazionale cantanti abbiamo diversi appuntamenti per raccogliere fondi. Mi piace molto fare tutte queste cose perché, come dicevo prima la solidarietà è questo: fare qualcosa per gli altri che riempia anche la tua persona.

Questa energia che ti torna indietro la ritroviamo nelle tue canzoni?

Certamente. Queste sono le esperienze che mi emozionano di più. Le mie canzoni rappresentano la mia vita, con le mie esperienze e con le mie emozioni.

C’è una canzone, in particolare, che rappresenta tutto questo?

Ne ho scritte diverse, ma “Cuore onesto” è quella che racchiude tutto. Il ritornello, infatti, dice: “Ho capito almeno questo che dentro a un cuore onesto per la gioia c'è più posto”. Il messaggio è chiaro: più si fanno delle cose giuste, oneste e più la vita ti restituisce gioia. A volte ci si interroga su quello che si fa, si passa quasi da stupidi confrontandosi con altri che vivono solo per sé stessi, anche facendo i furbi. In realtà le furbizie hanno vita breve, perché nella vita tutto ritorna indietro.

Quali di queste esperienze ti hanno colpito di più?

Ho fatto tre viaggi con la Onlus “Buona Nascita” per progetti legati alla malnutrizione dei bambini nel Benin, uno degli stati africani più poveri ai confini con la Nigeria. Lì ho visto le condizioni di vita primitive di queste persone e la cosa mi ha segnato profondamente. Spesso non ci rendiamo conto delle fortune che abbiamo: acqua corrente, luce elettrica, trasporti, telefonini e così via. Cose per noi normali, ma che per chi abita in quei posti sono ancora impensabili.

Questo impegno per chi è in difficoltà lo trasmetti nelle canzoni, il tuo pubblico lo apprezza?

Il pubblico apprezza, ma non bisogna esagerare. Il concerto è anche un momento di svago, di leggerezza. La musica rappresenta tante cose e un certo tipo di messaggio sociale può essere veicolato e viene recepito se si riesce a offrire il giusto mix. Sette anni fa ho tradotto una mia canzone in lingua Lis e durante i concerti insegno al pubblico alcune parole, per far capire che esistono persone che hanno disabilità uditiva. È un modo per far riflettere sulle difficoltà che può avere anche la persona che ci è accanto.

Come dicevi prima fai parte della Nazionale cantanti: qual è l’approccio dei tuoi colleghi alla solidarietà?

Chi viene nella Nazionale cantanti ha uno spirito di grande solidarietà. Oltre alla “Partita del cuore”, trasmessa in tv e che tutti conoscono, ci sono almeno altre cinque o sei manifestazioni in giro per l’Italia. L’anno scorso, per esempio, siamo andati a Fano per raccoglier fondi per l’ospedale. Per promuovere queste iniziative noi della Nazionale cantanti, nelle settimane precedenti, siamo impegnati in conferenze stampa e nelle scuole. Se non ci credi le persone lo percepiscono e, quindi, chi viene nella Nazionale cantanti e ci resta ha lo spirito giusto. Qualcuno ha partecipato un paio di volte alle nostre iniziative, poi ha capito che non era in sintonia e se ne è allontanato. È giusto così, non voglio assolutamente con questo colpevolizzare nessuno. È una questione di cuore…

La pandemia di Covid 19 ha cambiato la vita di miliardi di persone, impaurite e in alcuni casi terrorizzate dal virus. Tu che ha conosciuto situazioni di estrema precarietà, nelle quali il valore della vita è davvero legato a un filo, come ha reagito?

Non sono un esperto e non voglio farlo. Però faccio una considerazione che mi viene dalle mie esperienze: sappiamo ammalarci da soli, non prendendoci cura di noi e conducendo una vita molto stressata che ci fa venire molte malattie. Sulla vicenda Covid mi sono posto una domanda: come mai l’epidemia non si è diffusa, per fortuna, in Africa? Secondo alcuni esperti sarebbe il caldo ad evitare che il virus si riproduca. Io penso che in Africa non usando medicine, perché non ne hanno, tendenzialmente sviluppano degli anticorpi più forti dei nostri. Il nostro organismo ormai è impigrito e facciamo di tutto perché non reagisca naturalmente: appena fa un po’ freddo facciamo partire il riscaldamento, d’estate usiamo l’aria condizionata. Indeboliamo il nostro organismo e appena c’è una influenza più potente, come questa, andiamo in tilt. Non è un caso che, come sembra, una delle terapie più efficaci sia quella legata al plasma e non alle medicine. Per me quindi è importante ritornare a prendersi cura del nostro corpo, tenendolo allenato e alimentato bene. Ma, soprattutto, alleniamo la mente che contribuisce, quando è scarica da stress, a fornire energia e anticorpi al nostro organismo.

Torniamo, quindi, al Dna e al tuo disco “Il mistero del Dna”.

È il mistero del mondo. È bello sapere che ognuno di noi ha quella di strisciolina di Dna che ci rende diversi uni dagli altri. Siamo simili, ma diversi.

Tu sei emiliano e nella tua terra il senso di dare una mano agli altri è una caratteristica. Beppe Carletti e i Nomadi sono un altro esempio di solidarietà con l’associazione “Crescerai”. Qual è il segreto?

Sono molto amico dei Nomadi. L’Emilia Romagna, non a caso, è la terra delle cooperative e non ne faccio un discorso politico. Noi siamo abituati a cooperare, a fare squadra, a rimboccarci le maniche per superare le difficoltà senza lamentarci. Nascendo in questi posti pensavo che aiutarsi gli uni con gli altri fosse la normalità. Invece, girando l’Italia, mi sono reso conto che è una tipicità solo di alcuni posti. Io sono così perché me l’hanno trasferito i miei genitori, gli amici e le persone del mio paese.

 

 

GATTO PANCERI «Il mio sogno? Aiutare tutti quelli che hanno bisogno»

Categoria: articoli Creato: Giovedì, 13 Agosto 2020 Pubblicato: Giovedì, 13 Agosto 2020

La solidarietà secondo Gatto Panceri: tra musica e Fede

«Il mio sogno? Aiutare tutti quelli che hanno bisogno»

Il suo nome lo deve a Pippo Baudo che a Sanremo lo invitò a cambiare quello di battesimo troppo lungo. Lui allora si ricordò del soprannome che gli avevano dato a scuola, a sottolineare la sua vivacità e non ebbe dubbi: “Gatto”. E il Pippo nazionale fu subito d’accordo. Gatto Panceri debutta al Festival di Sanremo Giovani nel 1986, presentando “Scherzi della vita”, ma la consacrazione arriva nel 1990, quando Mina ascolta un suo pezzo, “Canterò per te”, e decide di inciderlo nel suo disco, “Uiallalla”. L’album “Cavoli amari, del 1991, conteneva anche il brano Aiuto, col quale partecipa al Festivalbar di quell’anno. La grande occasione arriva nel 1992 con L’amore va oltre”. Gatto ha scritto canzoni per tanti artisti affermati. Tra tutte, “Vivo per lei”, interpretata da Andrea Bocelli e Giorgia, che ha venduto 31 milioni di dischi ed è famosa in tutto il mondo. Sempre per Giorgia, Panceri ha firmato 8 brani nel suo album “Come Thelma e Louise”. Nel periodo dell’emergenza Coronavirus Gatto Panceri ha riproposto “L'amore va oltre” in versione green, dal suo ritiro di Barzanò, nel Lecchese.  "Questa canzone è stata importantissima per me perché da sconosciuto la cantai a Sanremo Giovani e da lì  mi avete conosciuto un po’ tutti - scrive Gatto su Facebook - È la prima mia canzone che avuto successo ...è’ la mia “ bandiera, la mia “Alba Chiara” giusto per intenderci... il testo parla di una  coppia vera di miei amici di vecchia data ... lui dopo un incidente stradale in moto perse l‘uso delle gambe ... lei lo conobbe  dopo l’incidente se ne innamorò e si sposarono  ... sono passati 27 anni e sono ancora insieme felicemente  e sono dei vincenti nella vita ... L’ amore va oltre... che altro vi posso aggiungere ? Niente... ascoltatela!. Ne vale la pena”.

Gatto Panceri e la solidarietà: un binomio che dura da quando?

Subito dopo il mio primo Sanremo nel ‘92 fui chiamato da Eros Ramazzotti a giocare nella Nazionale Italiana Cantanti per raccogliere fondi da destinare a iniziative solidali. Lui ascoltando una mia intervista in una radio seppe che giocavo da giovanissimo a calcio nel Monza, la mia città natale. Mi sono aggregato con entusiasmo e si è aperto per me un mondo fatto di tante persone che hanno bisogno di aiuto. 

Che cosa è per te la solidarietà?

È fare qualcosa per aiutare qualcuno che è in difficoltà. Non importano solo i numeri; l’importante è fare qualcosa secondo le proprie possibilità. La solidarietà non è solo donare cose materiali ma anche saper donare un appoggio morale, comprensione e conforto psicologico a chi ne ha bisogno. 

Sei impegnato per dare una mano a…

A tutti coloro che ne hanno bisogno. Vorrei poterlo fare per tutti, anche se è praticamente impossibile 

Nel 1992 con “L’amore va oltre” hai vinto il premio della critica nella categoria Giovani a Sanremo. Una canzone che affrontava il tema della disabilità. 

I disabili, i poveri, i malati, i bambini, gli anziani sono coloro a cui do priorità nella gerarchia del mio impegno solidale 

Il 21 ottobre 2001 hai cantato “L’amore va oltre” invitato da Papa Wojtyla. La canzone parla di un disabile che, dopo un incidente stradale, rimane su una carrozzina ma allo stesso tempo insegna a tutti che la vita è importante: una grande emozione?

Assolutamente sì. Onorato dal fatto che il Papa volle me a rappresentare la musica in Piazza San Pietro è uno dei miei traguardi più intensi e motivo di profonda soddisfazione spirituale. Si festeggiava quel giorno la Giornata mondiale della famiglia e mai avrei immaginato che proprio io, figlio di una ragazza madre, un giorno sarei stato l’elemento aggregante collante di un appuntamento così importante che riguardava l‘istituzione della famiglia. 

Sei anche molto vicino al “Movimento per la vita”: ci spiega questa scelta?

Il “Movimento per la vita” si occupa, tra tante cose importanti, di aiutare le ragazze madri. Una questione che, come dicevo prima, mi sta molto a cuore. Mi sento particolarmente vicino a tutte le donne che partoriscono un bambino e non hanno al loro fianco un uomo, quindi quando posso sono sempre disponibile a dare il mio contributo al “Movimento perla vita”..

Hai anche un particolare rapporto con Medjugorje: come mai?

In realtà ci sono stato una volta sola. Sono andato a ringraziare la Madonna che mi ha chiesto esplicitamente di farmi vedere attraverso un amico in contatto con alcuni veggenti. E quindi sono andato in Bosnia . Credo molto nella figura di Maria protettrice di tutti i bimbi, ma in particolare degli orfani e dei senza padre . 

Questo tuo volersi donare al prossimo ha radici profonde nella Fede?

Nel mio caso sì, ma credo si possa fare benissimo  solidarietà con il cuore anche da atei . Basta amare il prossimo, non necessariamente un Dio 

Un “Gatto che ha anche un particolare amore per i cani. Ci racconti questa esperienza?

Ho una particolare empatia con i cani. Un feeling incredibile. Dopo la musica sono la mia più grande passione. Con un amico, altrettanto appassionato, ho aperto da un anno un centro cinofilo in Brianza dove sono nato e vivo. L’ho chiamato “Dolce vita da cani” e sorge a Casatenovo (Lecco).  

Con la Nazionale cantanti sei stato impegnato per venti anni: è solo una passerella o c’è dell’altro?

 Direi che c’è soprattutto dell’altro. La passerella mondana si limita alle due ore della partita ma le cose concrete arrivano dopo. Ho visto coi miei occhi materiale medico consegnato agli ospedali, acquistato grazie agli incassi delle nostre partite. Ho portato di persona carrozzine a disabili , abbiamo inaugurato sale operatorie che portano il nostro nome in parecchi ospedali e aiutato gente anche in altri paesi sparsi nel mondo. 

Ci racconti il tuo rapporto con Mogol?

Siamo amici. Lo considero il più grande autore vivente italiano. Mi ha reso felice quando mi ha chiamato al suo fianco nel 1993 a insegnare come si scrivono i testi al CET, la sua scuola che ancora sorge in Umbria.

Mogol ha rivisto il suo “Il mio canto libero”, in onore dei medici e del personale sanitario italiano in prima linea nella lotta al Coronavirus, ed è diventato un videoclip al quale hai partecipato insieme con altri suoi colleghi. Un’altra bella iniziativa.

Assolutamente sì. Giulio (Mogol) ha voluto che fossi proprio io a cantare le prime frasi di questo meraviglioso brano rivisitato per il Covid. Io sono sempre stato ispirato dal duo Mogol-Battisti e quindi sono felicissimo della partecipazione a questo bellissimo progetto.

 

la forza della vita di Paolo Vallesi diventa in tutto il mondo un manifesto di solidarietà

Categoria: articoli Creato: Giovedì, 30 Luglio 2020 Pubblicato: Giovedì, 30 Luglio 2020

" La forza della vita " di Paolo Vallesi diventa in tutto il mondo un manifesto di solidarietà"

 

«Il Coronavirus ci ha insegnato che possiamo rinunciare a tante cose e continuare a vivere lo stesso>>

 

“La forza della vita” in Spagna è diventato un vero e proprio inno al coraggio, alla tenacia e alla ripartenza per l’emergenza Coronavirus. Diversi artisti e musicisti spagnoli (tra cui Marta Sánchez, Funambulista, Soraya, Jon Secada, Diego Martín, María Villalón, Hugo Salazar, Marta Botía, Andy & Lucas, Raúl, Platón, Alberto Comesaña, Alejandra, Pablo Perea, Lydia e Verónica Romero) hanno, infatti, scelto La fuerza de la vidaper questo progetto di solidarietà e beneficienza. Paolo Vallesi con questa canzone arrivò terzo al Festival di Sanremo del ’92 e da quel momento “Quando toccherai il fondo con le dita a un tratto sentirai la forza della vita”, è diventato un vero e proprio manifesto. «Mi fa piacere che i colleghi spagnoli l’abbiano scelta per questa iniziativa» commenta soddisfatto.

Ci racconti come è nato questo progetto?

L’idea è nata coinvolgendo venticinque artisti spagnoli e hanno deciso che quella fosse la canzone giusta. In Spagna il brano ha avuto due momenti di notorietà differenti: una prima volta interpretata da me e qualche hanno fa, quando i finalisti della trasmissione televisiva “Operación Triunfo”, l’equivalente del nostro “Amici”, l’hanno cantata, riportandola al successo.

Hai partecipato anche tu a questa versione de La fuerza de la vida”?

Sì, certo. Ovviamente da casa, cantando una strofa ripresa con lo smartphone. Il lavoro grosso l’hanno fatto in Spagna dei musicisti molto bravi. Il mio è stato un apporto minimo, ma alla fine il risultato è stato ottimo.

In Italia un progetto simile è stato fatto reinterpretando “Il mio canto libero”. Vallesi come Battisti: una bella soddisfazione.

Figurati, ci mancherebbe. Ce ne sono state varie iniziative anche con altri brani come “Ma il cielo è sempre più blu” di Rino Gaetano. Parliamo di canzoni che nel tempo hanno assunto una valenza universale, diventando una sorta di manifesto. Sapere che la mia “La forza della vita” sia diventata una di queste è motivo di orgoglio, senza per questo volersi esaltare.

“La forza della vita” è anche uno dei brani incisi dalla Nazionale Cantanti. Parliamo di questa esperienza che, guarda caso, nasce da un’idea di Mogol.

Sì, ormai non la considero quasi più mia, ma patrimonio di tutti. Come la Nazionale Cantanti della quale faccio parte dal 1991. Ho giocato 250 partite e con Enrico Ruggeri, che è il presidente, Paolo Belli, Niccolò Fabi e Marco Masini, che ora fa l’allenatore, forse siamo tra i più attivi. Ma non vanno dimenticati tutti gli altri, a partire da Gianni Morandi che c’è sempre. Mi fa piacere ricordare che l’Associazione Nazionale Italia Cantanti non si limita solo alle partite di calcio. Abbiamo tante attività e da poco è nata anche una etichetta musicale, la NIC United, che produce giovani artisti e avevamo organizzato un contest con i nuovi autori, posticipato a causa dell’emergenza Covid.

C’è stato un momento della tua vita che ha significato una svolta?

Non si è trattato una scelta consapevole. Il fatto di aver iniziato la carriera con delle canzoni che avevano e hanno una valenza sociale importante, come è stato per “La forza della vita” e “Le persone inutili”, rappresentano la mia sensibilità verso certi temi. Com’è normale, mi sono arrivate tante richieste di aiuto e di solidarietà e, nei limiti delle mie possibilità, non mi sono mai tirato indietro. Con la Nazionale Cantanti ho realizzato il mio sogno da bambino: fare il cantante e giocare al calcio.

E i tuoi colleghi, quelli che non fanno parte della Nazionale Cantanti, si interessano alle vostre iniziative?

Assolutamente. Ognuno ha la sua storia personale. La Nazionale Cantanti è nata nel 1973, io ne faccio parte dal 1991 e in tutti questi anni ho visto avvicinare a questa iniziativa persone incredibili. Solo per fare qualche nome mi ricordo di Maradona, Michael Schumacher, ma l’elenco è lunghissimo. Basta citare, per fare un esempio, la “Partita del cuore” del 2000 a Roma, alla quale presenziarono Arafat e Perez. Il capo dell’Olp e il presidente israeliano vennero alla partita e poi insieme furono ospiti a “Porta a Porta”. Per noi fu un grande evento di fratellanza e di distensione: in quella partita giocarono insieme a noi sia israeliani sia palestinesi. Lo scorso ottobre siamo stati con la Nazionale Cantanti a Gerusalemme e abbiamo giocato proprio a Betlemme, in territorio palestinese, alla presenza delle autorità israeliane e palestinesi. È incredibile quello che riesce a smuovere la Nazionale Cantanti, una associazione longeva e che non ha eguali da nessuna altra parte.

Oltre alla Nazionale Cantanti sei impegnato con altre iniziative di solidarietà?

Quando posso sì. Verrebbe da dire sempre di sì, ma c’è un limite. Questo è un periodo in cui c’è bisogno di tanto aiuto e le sollecitazioni sono molte. Con la Nazionale Cantanti siamo riusciti a realizzare dei grandi e ambiziosi progetti, che nessuno di noi singolarmente sarebbe riuscito a fare.

In tutti questi anni c’è stato un episodio che ti ha colpito particolarmente o una persona che ti porti nel cuore?

Sono state tanti, ma c’è un filo comune in tutte: molte delle associazioni nascono anche dopo delle tragedie personali. Ti ritrovi in contatto con delle persone che, sia per alleviare il proprio dolore, sia per tentare di risparmiarlo ad altri, creano delle associazioni e ci mettono dentro tutta la vita. Quando conosci queste persone ti rendi conto che hai davanti qualcuno che è riuscito a trasformare una tragedia personale in qualcosa di positivo per la collettività. E questo è sempre un insegnamento: ricevi emozioni e sei in contato con persone speciali.

Questo impegno per chi è in difficoltà lo trasmetti nelle canzoni, il tuo pubblico lo apprezza?

Sono due aspetti legati e che riprendono il discorso precedente. Abbiamo iniziato parlando dell’iniziativa degli artisti per raccogliere proventi per la Croce Rossa spagnola legato a “La forza della vita”: è chiaro che se non ci fosse stata quella canzone, così amata dal pubblico e apprezzata anche per le sue tematiche, questo episodio di solidarietà forse non ci sarebbe stato.

La pandemia di Covid 19 ha interessato miliardi di persone, tu che hai conosciuto situazioni di estrema precarietà, nelle quali il senso della vita è davvero legato a un filo, pensi che la solidarietà possa aumentare?

L’anno scorso sono stato in Burkina Faso con il movimento “Shalom” per l’apertura di alcuni pozzi. Per loro l’acqua è la vita e realizzare un pozzo, al costo di seimila euro, che riesce a prendere l’acqua in profondità, significa non morire. Quando si conoscono queste realtà si rimane talmente colpiti e ci si rende conto che molte delle nostre cose sono superflue. Non si capisce come possa esistere un mondo così ingiusto: da una parte c’è chi fa pazzie per avere l’ultimo modello di telefonino e dall’altra chi non ha l’acqua per vivere. Questa pandemia forse ha reso le persone più coscienti di quello che avviene in parti del mondo, dove quotidianamente si combatte per non morire. Situazioni lontane da noi che ci interessano relativamente e per le quali si fanno iniziative, importantissime, ma da parte di associazioni e di singoli. Se ci fosse coscienza della realtà si dovrebbe mobilitare il mondo. L’emergenza ci ha insegnato che possiamo rinunciare a tante cose e continuare a vivere lo stesso. La mia speranza, ma non è una certezza, è che questa pandemia lasci un po’ meno economia e più solidarietà. Mi auguro che alla fine tutto non torni come prima, ma meglio di prima.

 

«Aver realizzato il sogno di Helèna è la cosa più bella che mi sia capitata»

Categoria: articoli Creato: Domenica, 09 Agosto 2020 Pubblicato: Domenica, 09 Agosto 2020

L’esperienza di Lino Cangemipresidente onorario di SudTrek

«Aver realizzato il sogno di Helèna è la cosa più bella che mi sia capitata»

«Non riuscivo ad accettare che gli amici diversamente abili vivessero la drammaticità delle barriere architettoniche in città. Da quel giorno ho deciso di dedicarmi a loro per dargli la possibilità di vivere la libertà che la montagna regala. Così ho iniziato a portarli per i sentieri dell’Aspromonte con l’aiuto della “Joelette”, speciale carrozzina per l’outdoor. Era il 2001».

Lino Cangemi per otto anni ha guidato l’associazione sportiva dilettantistica Sud Trek, con sede a Gioia Tauro nel reggino, e oggi ne è presidente onorario, avendo passato il testimone, e da qualche mese fa parte del direttivo dell’AIDA onlus. Da quell’idea del 2001 è nato “Diversi sentieri” che dà la possibilità a persone diversamente abili di poter stare a contatto con la natura, percorrendo sentieri poco conosciuti. Ma con lo stesso spirito è nato il progetto KidsTrek: escursioni “semplici” dedicate ai più piccoli, insegnamenti della disciplina del Nordic Walking e il rispetto assoluto della natura. I bambini sono la colonna portante della SudTrek e Cangemi spiega: «Sono entusiasti delle iniziative loro dedicate e non potrò mai dimenticare l’escursione notturna in tenda sulla cima di Montalto, in Aspromonte. Emozionati di montare la tenda, forse per la prima volta, e poi trascorrere la notte tra gli alberi sotto la magnifica statua del Cristo Redentore… in verità quella notte anche noi adulti abbiamo imparato molto dai nostri piccoli trekkers come il poter condividere la stessa esperienza con occhi diversi».

Parli di solidarietà a Lino Cangemi e lui recita a memoria la poesia di Gianni Rodari “Lo zampognaro”: “Se ci diamo la mano / i miracoli si fanno / e il giorno di Natale / durerà tutto l'anno”. «Per me “solidarietà” – dice - è una delle parole più belle e significative del nostro dizionario, un atteggiamento naturale che tutti dovremmo assumere durante la nostra esistenza». E aggiunge: «La solidarietà non mi ha arricchito, ma ha letteralmente modificato il mio Dna. Credo che i sorrisi, gli abbracci e i baci ricevuti hanno concimato il terreno della mia anima facendo così germogliare la speranza e la voglia di dare sempre di più».

L’esperienza che Lino Cangemi si porta con se è quella vissuta con la piccola Helèna: «Insieme all’amico Giovanni Falica, anch’egli impegnato nel sociale, siamo riusciti a realizzare il sogno di Helèna, una bambina meravigliosa che aveva un desiderio: interpretare per un giorno il ruolo di principessa ma non poteva entrare nel Castello di Caccamo (Pa) Grazie alla Joelette, siamo riusciti a farle visitare tutto il castello e portarla nella stanza delle dame, luogo in cui i suoi occhi hanno incominciato a brillare nel guardare i vestiti delle damigelle del tempo. La luce dei suoi occhi è il mio carburante per andare avanti in questo cammino di solidarietà».

Un’esperienza unica per la piccola Heléna, che ha restituito a Lino Cangemi una energia incredibile che gli fa dire. «Non sono nessuno per dare consigli, ma posso sicuramente confermare che l’immersione in questo mondo è magica, infatti non si sente la stanchezza e si è sempre felici dentro il cuore».linoreno.jpg

 

Enza Petrilli, atleta paralimpica di tiro con l’arco e vicepresidente della AIDA onlus. Ho scoperto la solidarietà "GRAZIE" al mio incidente

Categoria: articoli Creato: Lunedì, 27 Luglio 2020 Pubblicato: Lunedì, 27 Luglio 2020

Enza Petrilli, atleta paralimpica di tiro con l’arco

e vicepresidente della AIDA onlus

«Ho scoperto la solidarietà

“GRAZIE” al mio incidente»

«Fossi rimasta "normodotata" mi sarei persa davvero tante cose della vita». In questa frase c’è tutta Enza Petrilli. Questa ragazza che fino al giorno del suo incidente, nell’estate del 2016, non sapeva nulla del mondo della disabilità e che si è trovata, invece, proiettata con tutta se stessa in una dimensione che la fa stare bene. L’incontro con l’AIDA ha significato per Enza rinascere e incontrare persone nuove e il tiro con l’arco. La freccia è scoccata e da quel momento la ragazza di Taurianova non si è più fermata. Allenamenti, gare, incontri. E poi sono cominciati ad arrivare i successi. Due medaglie d’argento conquistate ai campionati italiani di Pesaro, seconda solo, nelle categorie senior arco olimpico femminile e negli assoluti, alla campionessa delle Fiamme Azzurre, Elisabetta Mijno. Risultato bissato ai campionati italiani para archery a Palermo all’inizio di quest’anno. Ma l’impegno più importante per Enza Petrilli è quello di avvicinare le persone al mondo dei diversamente abili e lo fa con la grinta che la contraddistingue, al punto che nel calendario 2020 della AIDA onlus, della quale è vicepresidente, è stata rappresentata come “Wonder woman”

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