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La storia di Francesco Comandè, atleta paralimpico, capitano del Santa Lucia Roma Basket in carrozzina e vicepresidente dell’AIDA onlus

Categoria: articoli Creato: Venerdì, 07 Agosto 2020 Pubblicato: Venerdì, 07 Agosto 2020

 

 

«Da disabile a supereoe grazie a un bambino»

«Impazzisco per i supereroi e oggi ne ho visto uno. Un giorno grazie a queste parole un bambino mi ha fatto dimenticare la mia disabilità». Francesco Comandè, atleta paralimpico, ha ben impresso nella mente quell’episodio che, grazie alla spontaneità di un bambino, restituisce il giusto rapporto che ci dovrebbe essere tra le persone. «Un giorno – ricorda Francesco Comandè – ero sulla pista d'atletica leggera e mi stavo preparando a indossare la protesi da corsa. Si avvicina un bambino e mi chiama con il nomignolo: Robocop. Fin qui, direte, tutto nella norma, invece no. Mentre stavo svolgendo l'allenamento, dall'altro lato della pista vedevo la mia protesi, che uso per camminare tutti i giorni, che si spostava avanti e indietro. Incuriosito mi sono avvicinato e ho chiesto al piccolo come mai era cosi attratto da quella gamba colorata, parcheggiata in panchina. Lui mi ha rivolto un sorriso splendido e mi ha risposto che gli piaceva perché impazziva per i supereroi e quel giorno ne aveva visto uno. Guardare quel sorriso e quella spontaneità di quel bambino quel giorno mi ha fatto dimenticare per quei pochi minuti la mia disabilità».

Francesco Comandè ha 32 anni, è un atleta paralimpico e da circa 20 convive con una disabilità. «A 10 anni - racconta - mentre giocavo a calcio in campagna con i miei fratelli per recuperare un pallone sono finito sotto un trattore che mi ha tranciato la gamba desta di netto». Da allora ha iniziato a offrire il suo aiuto nel sociale e grazie alla sua disabilità riesce a entrare subito in sintonia con gli altri che hanno bisogno del suo aiuto. Perché, come dice Francesco, «vivere una disabilità non significa che la tua vita si è bloccata quando è successo quel determinato evento. Significa, invece, avere la possibilità di scoprire nuove belle e avvolgenti realtà. Per me la solidarietà è una forma di aiuto che fa stare meglio le persone che ne hanno bisogno. Questo aiuto lo si dà in modo spontaneo, disinteressato e senza farlo pesare a chi lo riceve. Da quando ho intrapreso questo percorso nel sociale al servizio degli altri, la mia vita è cambiata e si è arricchita di tante cose belle. Aiutare chi ha bisogno penso che sia la cosa più bella che esiste, basta poco per rendere felice chi ne ha bisogno».

Francesco Comandé da 9 anni è impegnato con l'AIDA onlus, della quale è anche vicepresidente, ed è un atleta del Santa Lucia Roma Basket in carrozzina. Una passione nata per caso, ma che oggi lo ha preso completamente: «Mi trovavo a una premiazione al palazzo della Provincia a Reggio Calabria, dopo aver vinto il campionato di atletica leggera paralimpica sui 100mt, e li c’era un allenatore di una squadra di basket in carrozzina che mi ha chiesto di provare questo magnifico sport. Così è scoppiata la scintilla: un vero e proprio colpo di fulmine per questo sport. Da quando lo pratico non riesco a farne a meno, perché le emozioni che sprigiona questo sport in me sono indescrivibili».”

A chi vuole avvicinarsi al mondo della solidarietà lancia un messaggio: «È un cammino da intraprendere, perché è un mondo bellissimo e aiutare chi ha bisogno o chi convive con una disabilità e un gesto che può sembrare normale, ma nobilita e arricchisce la vita di chi lo riceve. Sono sicuro che un giorno, iniziando questa avventura nel sociale, non ve ne pentirete».comande1.jpg

«Quando scendo in campo per l’Aida gioco sempre una partita bellissima>>

Categoria: articoli Creato: Mercoledì, 05 Agosto 2020 Pubblicato: Mercoledì, 05 Agosto 2020

Eugenio Lamanna è il testimonial della nostra associazione

«Quando scendo in campo per l’Aida gioco sempre una bellissima partita»

Una maglia di Eugenio Lamanna non manca mai quando si tratta di raccogliere dei fondi per una iniziativa di solidarietà. L’attuale portiere del Monza, costruito da Adriano Galliani, è ripartito dalla C, dopo le tante stagioni in A e in B con Genoa, Bari, Siena e La Spezia, conquistando la promozione in modo trionfale. In tutte le città dove ha giocato non ha mai fatto mancare il suo contributo. Lamanna è divenuto testimonial dell'Aida onlus facendo parte, quindi, degli amici dell'Unitalsi ed Unipromos che durante tutto l'anno sono impegnate nelle attività sociali.

Eugenio da quando e perché sei diventato così partecipe al mondo della solidarietà?

Cinque anni fa ho avuto modo di conoscere la Aida Onlus e il suo presidente e da lì è nato un bel rapporto che mi ha fatto molto avvicinare a tutti i progetti che porta avanti l’associazione. Si tratta di tante iniziative che realizzano ma, purtroppo, spesso è difficile dare loro il risalto che meritano. Farle conoscere, infatti, significa poter coinvolgere molte altre persone. Ho capito che il presidente della Aida Onlus, Nazareno Insardà, è una persona che crede davvero in quello che fa, si impegna per aiutare chi ha bisogno e ci mette tanta passione. E mi è sembrato giusto mettermi a disposizione.

Prima dell’Aida hai avuto altre occasioni per dare il tuo contributo per iniziative di solidarietà?

Per chi gioca a calcio e si trova a contatto in determinate situazioni, come il terremoto o altre tragedie, viene spontaneo impegnarsi e dare un contributo per le comunità per le quali la domenica si scende in campo. Altre volte ho avuto dei compagni, come Pavoletti a Genova, che mi hanno coinvolto. Con Pavoletti abbiamo dato una mano all’associazione “Dottor Sorriso”, mentre con altri abbiamo partecipato ad altre iniziative.

Nel mondo dello sport è abbastanza diffusa questa sensibilità a mettersi a disposizione di chi ha bisogno?

Senza dubbio. Sono tanti i ragazzi che si impegnano per aiutare le associazioni che organizzano attività e manifestazioni. Molti lo fanno, ma preferiscono non apparire. È abbastanza diffuso tra i calciatori, forse perché molti sono consapevoli della propria posizione e della possibilità che si ha nel riuscire a fare qualcosa anche con un piccolissimo gesto. Si mette cioè a disposizione degli altri la propria notorietà non per farsi conoscere, ma per aiutare. Insieme a tanti altri giocatori collaboro anche con la “Live Onlus”, con loro abbiamo molte iniziative, tra le quali alcune che abbiamo fatto dopo il terremoto in Emilia.

La tua permanenza a Genova è stata caratterizzata anche da un impegno sociale.

Sì, due anni fa avremmo dovuto fare una manifestazione per raccogliere dei fondi per le famiglie delle vittime e quelle sfollate in seguito al crollo del "Ponte Morandi". Poi ci sono stati dei problemi, mi ha fatto piacere, comunque, esser stato chiamato e ho contribuito insieme ad altri mettendo all’asta le nostre maglie.

Anche l’Associazione Gigi Ghirotti Onlus Genova ti ha visto al suo fianco.

Parliamo di una onlus che si occupa di assistenza socio-sanitaria di persone con malattie inguaribili che necessitano di cure palliative: a domicilio e in due hospice. Anche in quel caso ho donato la mia maglia blu goalkeeper dello Spezia Calcio del Campionato di Serie B 2018/19.

Hai incontrato e incontri tante persone che fanno parte di queste associazioni, qualcuno o qualche episodio ti ha colpito particolarmente?

Ho avuto la possibilità di visitare il reparto pediatrico del Gaslini di Genova e la passione di tutti gli operatori, ma soprattutto la forza dei bambini e delle loro famiglie sono difficili da dimenticare. Un’esperienza che mi è rimasta sicuramente nel cuore e che mi porto con me.

Sei rimasto in contatto con qualcuno?

Un ragazzo di Pisa mi aveva chiamato per segnalarmi il caso del piccolo Giacomo e siamo riusciti a sensibilizzare un po’ di persone per aiutarlo.

La pandemia ci ha fatto capire che ci si può privare di molte cose senza una particolare sofferenza. Ci sono state delle vere e proprie gare di solidarietà, ma sembra che, passata la paura, si sia tornati a essere più egoisti. Pensi che la situazione sia questa?

Spero che questa esperienza ci abbia fatto crescere. Ci sono persone che hanno perso dei cari, una tragedia dalla quale sono usciti malissimo. Chi ha ripreso le sue attività spero che lo stia facendo con uno spirito diverso, perché la pandemia possa aver portato un miglioramento all’interno di ognuno. L’emergenza Coronavirus ha sicuramente smosso le coscienze, facendo crescere la solidarietà. Per il futuro mi piace pensare in positivo.

Hai un rapporto particolare con la Calabria, sempre con l’AIDA hai partecipato alla raccolta fondi finalizzata al potenziamento della terapia intensiva dell’ospedale di Polistena in seguito all’emergenza Covid-19.

Sono nato a Como, ma la Calabria è la terra dei miei genitori e ci sono molto legato. Non riesco ad andare spesso a Laureana di Borrello, una cittadina in provincia di Reggio Calabria, per i miei impegni, ma quando ritorno è un posto familiare e ho tanti parenti. Per l’ospedale di Polistena sono arrivato in ritardo, ma ho voluto comunque dare il mio contributo.

Enza Petrilli, atleta paralimpica di tiro con l’arco e vicepresidente della AIDA onlus. Ho scoperto la solidarietà "GRAZIE" al mio incidente

Categoria: articoli Creato: Lunedì, 27 Luglio 2020 Pubblicato: Lunedì, 27 Luglio 2020

Enza Petrilli, atleta paralimpica di tiro con l’arco

e vicepresidente della AIDA onlus

«Ho scoperto la solidarietà

“GRAZIE” al mio incidente»

«Fossi rimasta "normodotata" mi sarei persa davvero tante cose della vita». In questa frase c’è tutta Enza Petrilli. Questa ragazza che fino al giorno del suo incidente, nell’estate del 2016, non sapeva nulla del mondo della disabilità e che si è trovata, invece, proiettata con tutta se stessa in una dimensione che la fa stare bene. L’incontro con l’AIDA ha significato per Enza rinascere e incontrare persone nuove e il tiro con l’arco. La freccia è scoccata e da quel momento la ragazza di Taurianova non si è più fermata. Allenamenti, gare, incontri. E poi sono cominciati ad arrivare i successi. Due medaglie d’argento conquistate ai campionati italiani di Pesaro, seconda solo, nelle categorie senior arco olimpico femminile e negli assoluti, alla campionessa delle Fiamme Azzurre, Elisabetta Mijno. Risultato bissato ai campionati italiani para archery a Palermo all’inizio di quest’anno. Ma l’impegno più importante per Enza Petrilli è quello di avvicinare le persone al mondo dei diversamente abili e lo fa con la grinta che la contraddistingue, al punto che nel calendario 2020 della AIDA onlus, della quale è vicepresidente, è stata rappresentata come “Wonder woman”

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Marco Ligabue: «Impegnarsi per gli altri è nel mio DNA da emiliano>>

Categoria: articoli Creato: Lunedì, 03 Agosto 2020 Pubblicato: Lunedì, 03 Agosto 2020

Il cantautore racconta le sue esperienze di solidarietà: dai bambini malnutriti del Benin alla Casa Famiglia “Peter Pan di Roma, dall’Aida Onlus alla Nazionale cantanti. Un vissuto che ritroviamo nei testi delle su canzoni

“Sono emiliano, cantautore e papà. Per gente emiliana come me aiutare, fare squadra, soprattutto nelle difficoltà, è qualcosa che ha a che fare col nostro DNA. Sono cantautore e dai grandi ho imparato che con le canzoni, oltre a divertire e a emozionare, puoi anche sensibilizzare. Sono papà e quindi lotto per un mondo migliore, non più solo per me ma anche per mia figlia. Questi motivi, insieme all’urgenza di situazioni sociali che ho incontrato nel mio percorso, mi hanno spinto a usare il microfono per progetti che vanno oltre i concerti e i dischi”. Questo è Marco Ligabue, nato a Correggio e fratello di uno dei miti del rock italiano: Luciano Ligabue. Marco si descrive nella homepage del suo sito e basterebbe questo per sintetizzare la vita dell’uomo, del musicista, del padre e della persona da sempre impegnata a dare una mano a chi ha bisogno.

Marco, cosa significa per te solidarietà?

È difficile da spiegare in poche parole, ma ci provo. È un dare che poi diventa anche un ricevere. È qualcosa che ho sempre avuto dentro da quando ero ragazzo. Con miei amici organizzavamo un concerto, una festa in piazza e per noi era normale portare i piccoli incassi di queste manifestazioni a qualche onlus o alla Croce Rossa del paese. Da allora ho sempre cercato di appoggiare questo tipo di iniziative sia attraverso la raccolta fondi sia interessandoci ai progetti, conoscendo meglio le dinamiche, le difficoltà e i problemi da risolvere.

C’è stato un momento della tua vita che ha significato una svolta?

Beh, direi da quando sono diventato cantautore, non più solo un musicista. Ho avuto modo di affrontare tante sfaccettature e di conoscere tanti mondi della solidarietà. Sono diventato testimonial Avis, ho partecipato a tante iniziative per i diversamente abili anche con l’Aida onlus, sono stato in Africa per realizzare vari progetti. Collaboro con la Casa Famiglia “Peter Pan” di Roma. Ogni anno con la Nazionale cantanti abbiamo diversi appuntamenti per raccogliere fondi. Mi piace molto fare tutte queste cose perché, come dicevo prima la solidarietà è questo: fare qualcosa per gli altri che riempia anche la tua persona.

Questa energia che ti torna indietro la ritroviamo nelle tue canzoni?

Certamente. Queste sono le esperienze che mi emozionano di più. Le mie canzoni rappresentano la mia vita, con le mie esperienze e con le mie emozioni.

C’è una canzone, in particolare, che rappresenta tutto questo?

Ne ho scritte diverse, ma “Cuore onesto” è quella che racchiude tutto. Il ritornello, infatti, dice: “Ho capito almeno questo che dentro a un cuore onesto per la gioia c'è più posto”. Il messaggio è chiaro: più si fanno delle cose giuste, oneste e più la vita ti restituisce gioia. A volte ci si interroga su quello che si fa, si passa quasi da stupidi confrontandosi con altri che vivono solo per sé stessi, anche facendo i furbi. In realtà le furbizie hanno vita breve, perché nella vita tutto ritorna indietro.

Quali di queste esperienze ti hanno colpito di più?

Ho fatto tre viaggi con la Onlus “Buona Nascita” per progetti legati alla malnutrizione dei bambini nel Benin, uno degli stati africani più poveri ai confini con la Nigeria. Lì ho visto le condizioni di vita primitive di queste persone e la cosa mi ha segnato profondamente. Spesso non ci rendiamo conto delle fortune che abbiamo: acqua corrente, luce elettrica, trasporti, telefonini e così via. Cose per noi normali, ma che per chi abita in quei posti sono ancora impensabili.

Questo impegno per chi è in difficoltà lo trasmetti nelle canzoni, il tuo pubblico lo apprezza?

Il pubblico apprezza, ma non bisogna esagerare. Il concerto è anche un momento di svago, di leggerezza. La musica rappresenta tante cose e un certo tipo di messaggio sociale può essere veicolato e viene recepito se si riesce a offrire il giusto mix. Sette anni fa ho tradotto una mia canzone in lingua Lis e durante i concerti insegno al pubblico alcune parole, per far capire che esistono persone che hanno disabilità uditiva. È un modo per far riflettere sulle difficoltà che può avere anche la persona che ci è accanto.

Come dicevi prima fai parte della Nazionale cantanti: qual è l’approccio dei tuoi colleghi alla solidarietà?

Chi viene nella Nazionale cantanti ha uno spirito di grande solidarietà. Oltre alla “Partita del cuore”, trasmessa in tv e che tutti conoscono, ci sono almeno altre cinque o sei manifestazioni in giro per l’Italia. L’anno scorso, per esempio, siamo andati a Fano per raccoglier fondi per l’ospedale. Per promuovere queste iniziative noi della Nazionale cantanti, nelle settimane precedenti, siamo impegnati in conferenze stampa e nelle scuole. Se non ci credi le persone lo percepiscono e, quindi, chi viene nella Nazionale cantanti e ci resta ha lo spirito giusto. Qualcuno ha partecipato un paio di volte alle nostre iniziative, poi ha capito che non era in sintonia e se ne è allontanato. È giusto così, non voglio assolutamente con questo colpevolizzare nessuno. È una questione di cuore…

La pandemia di Covid 19 ha cambiato la vita di miliardi di persone, impaurite e in alcuni casi terrorizzate dal virus. Tu che ha conosciuto situazioni di estrema precarietà, nelle quali il valore della vita è davvero legato a un filo, come ha reagito?

Non sono un esperto e non voglio farlo. Però faccio una considerazione che mi viene dalle mie esperienze: sappiamo ammalarci da soli, non prendendoci cura di noi e conducendo una vita molto stressata che ci fa venire molte malattie. Sulla vicenda Covid mi sono posto una domanda: come mai l’epidemia non si è diffusa, per fortuna, in Africa? Secondo alcuni esperti sarebbe il caldo ad evitare che il virus si riproduca. Io penso che in Africa non usando medicine, perché non ne hanno, tendenzialmente sviluppano degli anticorpi più forti dei nostri. Il nostro organismo ormai è impigrito e facciamo di tutto perché non reagisca naturalmente: appena fa un po’ freddo facciamo partire il riscaldamento, d’estate usiamo l’aria condizionata. Indeboliamo il nostro organismo e appena c’è una influenza più potente, come questa, andiamo in tilt. Non è un caso che, come sembra, una delle terapie più efficaci sia quella legata al plasma e non alle medicine. Per me quindi è importante ritornare a prendersi cura del nostro corpo, tenendolo allenato e alimentato bene. Ma, soprattutto, alleniamo la mente che contribuisce, quando è scarica da stress, a fornire energia e anticorpi al nostro organismo.

Torniamo, quindi, al Dna e al tuo disco “Il mistero del Dna”.

È il mistero del mondo. È bello sapere che ognuno di noi ha quella di strisciolina di Dna che ci rende diversi uni dagli altri. Siamo simili, ma diversi.

Tu sei emiliano e nella tua terra il senso di dare una mano agli altri è una caratteristica. Beppe Carletti e i Nomadi sono un altro esempio di solidarietà con l’associazione “Crescerai”. Qual è il segreto?

Sono molto amico dei Nomadi. L’Emilia Romagna, non a caso, è la terra delle cooperative e non ne faccio un discorso politico. Noi siamo abituati a cooperare, a fare squadra, a rimboccarci le maniche per superare le difficoltà senza lamentarci. Nascendo in questi posti pensavo che aiutarsi gli uni con gli altri fosse la normalità. Invece, girando l’Italia, mi sono reso conto che è una tipicità solo di alcuni posti. Io sono così perché me l’hanno trasferito i miei genitori, gli amici e le persone del mio paese.

 

 

«Il mio impegno per le “bimbe  dagli occhi belli” e per mia figlia Alice»

Categoria: articoli Creato: Venerdì, 24 Luglio 2020 Pubblicato: Venerdì, 24 Luglio 2020

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la forza della vita di Paolo Vallesi diventa in tutto il mondo un manifesto di solidarietà

Categoria: articoli Creato: Giovedì, 30 Luglio 2020 Pubblicato: Giovedì, 30 Luglio 2020

" La forza della vita " di Paolo Vallesi diventa in tutto il mondo un manifesto di solidarietà"

 

«Il Coronavirus ci ha insegnato che possiamo rinunciare a tante cose e continuare a vivere lo stesso>>

 

“La forza della vita” in Spagna è diventato un vero e proprio inno al coraggio, alla tenacia e alla ripartenza per l’emergenza Coronavirus. Diversi artisti e musicisti spagnoli (tra cui Marta Sánchez, Funambulista, Soraya, Jon Secada, Diego Martín, María Villalón, Hugo Salazar, Marta Botía, Andy & Lucas, Raúl, Platón, Alberto Comesaña, Alejandra, Pablo Perea, Lydia e Verónica Romero) hanno, infatti, scelto La fuerza de la vidaper questo progetto di solidarietà e beneficienza. Paolo Vallesi con questa canzone arrivò terzo al Festival di Sanremo del ’92 e da quel momento “Quando toccherai il fondo con le dita a un tratto sentirai la forza della vita”, è diventato un vero e proprio manifesto. «Mi fa piacere che i colleghi spagnoli l’abbiano scelta per questa iniziativa» commenta soddisfatto.

Ci racconti come è nato questo progetto?

L’idea è nata coinvolgendo venticinque artisti spagnoli e hanno deciso che quella fosse la canzone giusta. In Spagna il brano ha avuto due momenti di notorietà differenti: una prima volta interpretata da me e qualche hanno fa, quando i finalisti della trasmissione televisiva “Operación Triunfo”, l’equivalente del nostro “Amici”, l’hanno cantata, riportandola al successo.

Hai partecipato anche tu a questa versione de La fuerza de la vida”?

Sì, certo. Ovviamente da casa, cantando una strofa ripresa con lo smartphone. Il lavoro grosso l’hanno fatto in Spagna dei musicisti molto bravi. Il mio è stato un apporto minimo, ma alla fine il risultato è stato ottimo.

In Italia un progetto simile è stato fatto reinterpretando “Il mio canto libero”. Vallesi come Battisti: una bella soddisfazione.

Figurati, ci mancherebbe. Ce ne sono state varie iniziative anche con altri brani come “Ma il cielo è sempre più blu” di Rino Gaetano. Parliamo di canzoni che nel tempo hanno assunto una valenza universale, diventando una sorta di manifesto. Sapere che la mia “La forza della vita” sia diventata una di queste è motivo di orgoglio, senza per questo volersi esaltare.

“La forza della vita” è anche uno dei brani incisi dalla Nazionale Cantanti. Parliamo di questa esperienza che, guarda caso, nasce da un’idea di Mogol.

Sì, ormai non la considero quasi più mia, ma patrimonio di tutti. Come la Nazionale Cantanti della quale faccio parte dal 1991. Ho giocato 250 partite e con Enrico Ruggeri, che è il presidente, Paolo Belli, Niccolò Fabi e Marco Masini, che ora fa l’allenatore, forse siamo tra i più attivi. Ma non vanno dimenticati tutti gli altri, a partire da Gianni Morandi che c’è sempre. Mi fa piacere ricordare che l’Associazione Nazionale Italia Cantanti non si limita solo alle partite di calcio. Abbiamo tante attività e da poco è nata anche una etichetta musicale, la NIC United, che produce giovani artisti e avevamo organizzato un contest con i nuovi autori, posticipato a causa dell’emergenza Covid.

C’è stato un momento della tua vita che ha significato una svolta?

Non si è trattato una scelta consapevole. Il fatto di aver iniziato la carriera con delle canzoni che avevano e hanno una valenza sociale importante, come è stato per “La forza della vita” e “Le persone inutili”, rappresentano la mia sensibilità verso certi temi. Com’è normale, mi sono arrivate tante richieste di aiuto e di solidarietà e, nei limiti delle mie possibilità, non mi sono mai tirato indietro. Con la Nazionale Cantanti ho realizzato il mio sogno da bambino: fare il cantante e giocare al calcio.

E i tuoi colleghi, quelli che non fanno parte della Nazionale Cantanti, si interessano alle vostre iniziative?

Assolutamente. Ognuno ha la sua storia personale. La Nazionale Cantanti è nata nel 1973, io ne faccio parte dal 1991 e in tutti questi anni ho visto avvicinare a questa iniziativa persone incredibili. Solo per fare qualche nome mi ricordo di Maradona, Michael Schumacher, ma l’elenco è lunghissimo. Basta citare, per fare un esempio, la “Partita del cuore” del 2000 a Roma, alla quale presenziarono Arafat e Perez. Il capo dell’Olp e il presidente israeliano vennero alla partita e poi insieme furono ospiti a “Porta a Porta”. Per noi fu un grande evento di fratellanza e di distensione: in quella partita giocarono insieme a noi sia israeliani sia palestinesi. Lo scorso ottobre siamo stati con la Nazionale Cantanti a Gerusalemme e abbiamo giocato proprio a Betlemme, in territorio palestinese, alla presenza delle autorità israeliane e palestinesi. È incredibile quello che riesce a smuovere la Nazionale Cantanti, una associazione longeva e che non ha eguali da nessuna altra parte.

Oltre alla Nazionale Cantanti sei impegnato con altre iniziative di solidarietà?

Quando posso sì. Verrebbe da dire sempre di sì, ma c’è un limite. Questo è un periodo in cui c’è bisogno di tanto aiuto e le sollecitazioni sono molte. Con la Nazionale Cantanti siamo riusciti a realizzare dei grandi e ambiziosi progetti, che nessuno di noi singolarmente sarebbe riuscito a fare.

In tutti questi anni c’è stato un episodio che ti ha colpito particolarmente o una persona che ti porti nel cuore?

Sono state tanti, ma c’è un filo comune in tutte: molte delle associazioni nascono anche dopo delle tragedie personali. Ti ritrovi in contatto con delle persone che, sia per alleviare il proprio dolore, sia per tentare di risparmiarlo ad altri, creano delle associazioni e ci mettono dentro tutta la vita. Quando conosci queste persone ti rendi conto che hai davanti qualcuno che è riuscito a trasformare una tragedia personale in qualcosa di positivo per la collettività. E questo è sempre un insegnamento: ricevi emozioni e sei in contato con persone speciali.

Questo impegno per chi è in difficoltà lo trasmetti nelle canzoni, il tuo pubblico lo apprezza?

Sono due aspetti legati e che riprendono il discorso precedente. Abbiamo iniziato parlando dell’iniziativa degli artisti per raccogliere proventi per la Croce Rossa spagnola legato a “La forza della vita”: è chiaro che se non ci fosse stata quella canzone, così amata dal pubblico e apprezzata anche per le sue tematiche, questo episodio di solidarietà forse non ci sarebbe stato.

La pandemia di Covid 19 ha interessato miliardi di persone, tu che hai conosciuto situazioni di estrema precarietà, nelle quali il senso della vita è davvero legato a un filo, pensi che la solidarietà possa aumentare?

L’anno scorso sono stato in Burkina Faso con il movimento “Shalom” per l’apertura di alcuni pozzi. Per loro l’acqua è la vita e realizzare un pozzo, al costo di seimila euro, che riesce a prendere l’acqua in profondità, significa non morire. Quando si conoscono queste realtà si rimane talmente colpiti e ci si rende conto che molte delle nostre cose sono superflue. Non si capisce come possa esistere un mondo così ingiusto: da una parte c’è chi fa pazzie per avere l’ultimo modello di telefonino e dall’altra chi non ha l’acqua per vivere. Questa pandemia forse ha reso le persone più coscienti di quello che avviene in parti del mondo, dove quotidianamente si combatte per non morire. Situazioni lontane da noi che ci interessano relativamente e per le quali si fanno iniziative, importantissime, ma da parte di associazioni e di singoli. Se ci fosse coscienza della realtà si dovrebbe mobilitare il mondo. L’emergenza ci ha insegnato che possiamo rinunciare a tante cose e continuare a vivere lo stesso. La mia speranza, ma non è una certezza, è che questa pandemia lasci un po’ meno economia e più solidarietà. Mi auguro che alla fine tutto non torni come prima, ma meglio di prima.

 

Beppe Convertini: «Con bambini delle baraccopoli del Myanmar mi sono sentito “vivo” come poche volte nella mia vita»

Categoria: articoli Creato: Giovedì, 23 Luglio 2020 Pubblicato: Giovedì, 23 Luglio 2020

Il noto conduttore tv racconta nel suo ultimo libro fotografico “I Bambini di Nessuno” le sue missioni umanitarie con Terre des Hommes.

Beppe Convertini è uno dei volti più noti del panorama televisivo. Reduce da una stagione fortunatissima prima con “La Vita in diretta estate” e poi con “Linea Verde” al fianco di Ingrid Muccitelli sta per approdare alla conduzione dì una nuova trasmissione dedicata alla Terza Età a fianco di Anna Falchi. Ma Convertini in questi anni oltre a essere un protagonista sul piccolo schermo è anche una persona molto impegnata a dare una mano a chi ne ha bisogno, soprattutto i più piccoli che vivono in condizioni difficilissime, scappando da guerre e da persecuzioni.

CONVERTINI

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